Ho bisogno di fare una premessa: questo articolo sarà completamente differente da tutti gli altri che portano la mia firma. Il titolo che avevo scelto inizialmente comprendeva la parola “ignoranza” ma ho deciso di mantenere un tono più soft, almeno nella parte iniziale.

Qualcuno di voi si starà sicuramente chiedendo cosa hanno a che vedere i temi di cui sto per trattare con la medicina. A questi suggerisco di leggere cosa l’OMS (ndr. Organizzazione Mondiale della Sanità) intende per “salute“:

“Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità” – Carta di Ottawa, 1948. 

Il benessere sociale è un tema che troppo spesso i medici hanno sottovalutato, delegando l’assolvimento di questa condizione ad altre figure professionali o alle istituzioni politiche. La realtà è che sempre più spesso rileviamo come il “tessuto sociale” influisca sulla nostra condizione di “salute”, partecipando a migliorarla o peggiorarla a seconda dei casi.

Twitter come termometro di intolleranza

La ricerca di cui vi sto parlando è stata ideata da Vox, Osservatorio italiano sui diritti, e condotta grazie all’ausilio delle Università di Milano, Roma e Bari che hanno analizzato 2.600.000 tweet postati sul social network tra agosto 2015 e febbraio 2016.

Attraverso un algoritmo specificamente creato dai ricercatori di Bari è stato possibile selezionare tutti i messaggi offensivi in base a 76 termini sensibili riferiti alle diverse categorie prese di mira dall’intolleranza (omosessuali, donne e islamici) al fine di definire esattamente quanto il nostro popolo sia razzista nei confronti del “diverso”.

Il risultato è stato negativo: 412.719 cinguettii contenevano le parole-chiave utilizzate per la fase di scrematura. Di questi il 63,1% era rivolto nei confronti delle donne che venivano etichettate come: troia, puttana, vacca, cicciona, mignotta ecc. Si possono consolare gli immigrati di fede islamica che hanno totalizzato “solo” il 10,9% di post negativi, uguale al numero di quelli che contenevano commenti offensivi contro gli omosessuali (10,8%).

Uno degli aspetti fondamentali di questa ricerca è stata l’analisi “temporale” delle intolleranze. In altre parole, avendo analizzato i dati raccolti in un periodo di 6 mesi, si è riusciti a ricavare un grafico che mostrasse come il fenomeno variasse nel tempo, mettendo in relazione gli umori della rete con episodi avvenuti in Italia o nel mondo.

Misoginia: un “must” italiano

Nonostante quello che afferma Vox, ovvero che l’odio verso le donne è presente soprattutto al nord, al centro e nel napoletano, dobbiamo essere onesti con noi stessi: nelle grandi città come Milano, Torino, Roma o Napoli è normale che ci sia una maggiore “concentrazione” di tweet offensivi in quanto gli utenti che utilizzano questa piattaforma è maggiore. Quindi non consideriamo, per adesso, la distribuzione geografica.

I termini con i quali le donne sono state etichettate sono vari: troia, puttana, vacca, mignotta, bagascia, cagna, cesso, pompinara, figa di legno ecc. Insomma abbiamo saputo dare il meglio di noi anche se non siamo tutti membri onorari dell’Accademia della Crusca.
L’andamento temporale è invece particolare: c’è un movimento costante verso l’alto nel periodo tra agosto e metà settembre 2015, durante il quale c’è stata una vera e propria recrudescenza di femminicidi. Un secondo picco è invece collocato verso fine novembre, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne (ndr. 25 novembre appunto).

Secondo l’ultimo rapporto Eures nel 2015 sono state 6.788.000 le donne italiane vittime di abusi fisici o sessuali, in pratica una donna su tre nella propria vita ha vissuto questa “esperienza”.
Quelle che invece hanno perso la vita a seguito di questi abusi sono 128, nel 77% dei casi a causa del coniuge o del convivente.
Dal 2000 al 2013 sono morte oltre 1100 donne, con una media di 171 l’anno e quindi 1 ogni 2 giorni.
Se vogliamo analizzare i dati che si riferiscono all’aspetto informatico possiamo affermare che in Italia ogni 12 secondi si verifica un fenomeno di violenza fisica, verbale o psicologica; nel 25% dei casi online.

Il Paese dell'intolleranza
Mappa misoginia – Sondaggio VOX

L’omofobia: la vera peste del nostro secolo

Come una diffusione a macchia di leopardo che non conosce Nord o Sud, l’omofobia è presente nel 10,8% dei post analizzati da Vox in questo studio.
Gli omosessuali vengono etichettati con i classici epiteti: frocio, finocchio, checca, ricchione, rottinculo e culattone.
Interessante è notare che i due picchi di tweet negativi sono stati raggiunti entrambi a cavallo tra gennaio e febbraio 2016: il primo in occasione della lite tra gli allenatori Mancini e Sarri, il secondo durante l’esibizione a Sanremo di Valerio Scanu che ha cantato con il microfono “arcobaleno”.

I dati raccolti dell’ArciGay nel 2016 fanno pensare quanto, nonostante sia passato il decreto sulle unioni civili, gli italiani di civile hanno ben poco: da inizio anno sono stati 104 gli episodi di omotransfobia riportati dai giornali; questo numero ovviamente è una stima al ribasso in quanto è possibile che, fenomeni di violenza isolati, non sono saliti agli onori della cronache.
Il 24% degli omosessuali dichiara di aver subito delle discriminazioni a scuola, mentre il 22% riferisce lo stesso trattamento a lavoro. E, parlando di impiego, c’è un dato che ci interessa particolarmente da vicino: quasi un italiano su tre non accetterebbe di farsi visitare da un medico gay.
In questo clima degno dei peggiori anni del Medioevo, il 29,7% di coloro che sono attratti dal loro stesso sesso, ritengono che sia meglio non rivelare il proprio orientamento per evitare discriminazioni a scuola, tra gli amici o su internet.

Il Paese dell'intolleranza
Mappa omofobia – Sondaggio VOX

Musulmani = Terroristi?

Il nord Italia qui non ha rivali: alla luce degli attentati di Parigi avvenuti a novembre scorso, gli jihadisti, i migranti e gli italiani di fede islamica sono visti come potenziali pericoli.
Il 10,9% dei tweets analizzati hanno infatti rilevato parole come: terrorista, jihadista, beduino, abdullah, tagliatore, vu cumprà e marocchino.

Secondo i dati fornitici da Pew Research Center, relativi all’anno 2015, sono più di 5 milioni gli stranieri presenti in italia: di questi più di un milione e mezzo è musulmano.
Ovviamente noi italiani siamo sempre ben disposti ad accettare ciò che non appartiene alla nostra “cultura”: il 39% degli intervistati dice che si troverebbe a disagio a lavorare con una persona musulmana. Ovviamente se non vogliamo lavorarci figuratevi se vogliamo che sposino i nostri figli (ndr. il 41% si dice contrario ad una coppia italo-musulmana).
Almeno consoliamoci con il fatto di aver raggiunto qualche record: siamo i più intolleranti d’Europa verso i credenti di fede islamica (61%). Ci seguono la cattolica Polonia (56%), la progressista Spagna (42%) e l’avanguardista Germania. Il Regno Unito, che non si è ancora capito se fa ancora parte dell’UE o meno, si tiene su un misero 13% (ndr. andrebbe chiesto ai fenomenali inglesi se hanno capito bene la domanda del sondaggio o hanno votato “random”).

Il Paese dell'intolleranza
Mappa islamfobia – Sondaggio VOX

Salute, intolleranza e social media

Visti i progressi tecnologici, l’influenza sempre maggiore che ha la tecnologia nella nostra vita, l’integrazione continua della realtà con il mondo virtuale (in particolare quello dei social) sarebbe da stupidi sottovalutare il ruolo queste evidenze nello stato di salute delle persone.
Numerosi studi stanno analizzando quale sia l’effetto globale dell’ambiente in cui si vive sull’espressione genetica e sull’insorgenza di alcune patologie (sia organiche che psichiatriche). Alcuni neuro-ricercatori ci stanno avvertendo riguardo ad aumento dell’incidenza di malattie mentali che ci troveremo ad affrontare nei prossimi anni, figlie di una società troppo “evoluta” grazie al 4G, a WhatsApp, Facebook e Instagram.
Il potere di questi strumenti non è solamente quello di metterci in comunicazione senza limiti di tempo e spazio ma, come ci ha mostrato questo lavoro, può influenzare particolarmente la vita delle persone facendole sentire a disagio o discriminate. 

A tutti piace fare i fighi dietro una tastiera e spesso, vista la scarsa empatia che ti trasmette uno schermo, non riusciamo a capire quanto le nostre parole possano andare ad inserire in quel calderone nazionale (o internazionale) che pesa sulla testa di coloro che subiscono ogni giorno violenza fisica o psicologica.
L’invito che voglio lasciarvi è a riflettere quale mondo (virtuale e reale) vogliamo lasciare non tanto alla nostra quanto alle generazioni che ci seguiranno.

“Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame.” – Sandro Pertini