Immagine copertina

L’universo pornografico raggiunge quotidianamente milioni di persone in tutto il mondo. L’impatto che la visione di materiale hard può avere sul cervello di chi ne è “esposto” ha così incuriosito i neuroscienziati: cosa succede veramente nella testa di chi vede filmati a luci rosse?

Insieme alla ventata di cambiamenti a livello mediatico, comunicativo e sociale che il web ha portato con se’ a partire dai primi anni ’90 ad oggi, anche il fenomeno della pornografia ha subito delle trasformazioni significativamente non indifferenti a partire dall’inizio del secolo in corso divenendo un universo accessibile come mai prima d’ora.

Basti pensare a come la fruibilità dei contenuti hard sia cambiata dagli anni ’70 ad oggi per rendersi conto dell’impatto che questo fenomeno può avere a livello sociale. Fino a venti o trenta anni fa, prima che la rete raggiungesse le case e i cellulari di milioni di persone, chi sentiva l’irrefrenabile desiderio di “fare il guardone” di esperienze sessuali “nuove” o forse solo un po’ “diverse”, era costretto a recarsi in edicola o nelle sale cinematografiche hard, nei corridoi più nascosti delle videoteche di città per accaparrarsi uno dei pochi contenuti osé disponibili. Con l’imbarazzo che ne conseguiva, ovviamente.

Oggi, invece, il mondo a luci rosse è cambiato in maniera inverosimile: si è passati dalle riviste e VHS del secolo scorso alle clip online (prevalentemente gratuite) e i Bluray 3D dei giorni nostri, per chi non vuole perdersi lo spettacolo in “prima persona”.

La facile accessibilità ai contenuti e i nuovi allettanti mezzi messi a disposizione dall’evoluzione tecnologica, insieme agli impressionanti dati sulle visualizzazioni e sui trending dei principali siti che offrono contenuti porno sul web, hanno stuzzicato l’interesse di neuroscienziati di tutto il mondo, interessati ai profondi cambiamenti anche a livello cerebrale in chi il porno lo guarda quotidianamente.

Tra gli studi più caldi sul tema degli effetti che la pornografia esercita sul cervello umano, due lavori hanno suscitato particolare scalpore e interesse per le conclusioni a cui sono arrivati.

In prima linea vi sono lo studio della Dott.ssa Valerie Voon, neuroscienziata dell’Università di Cambridge, che parla dei meccanismi di dipendenza condivisi tra porno e droga e quello dei ricercatori del Max Planck Institute for Human Development di Berlino, che alla stessa dipendenza riconducono anche una diminuzione della massa cerebrale in alcune aree del cervello.

Lo studio della Dott.ssa Voon parte dall’osservazione del comportamento di alcuni soggetti continuamente esposti alla pornografia: uomini apparentemente normali, con una regolare vita sessuale, erano sempre meno attratti dalla propria compagna e sempre più attirati dal proprio computer e dai filmati a luci rosse.

Non è una novità, certo. Ma la ricercatrice di Cambridge è riuscita a mettere in luce e a spiegare i meccanismi neurobiologici che stanno alla base di questi comportamenti. Scansionando i cervelli di un gruppo di soggetti fruitori regolari di materiale pornografico, ciò che è venuto fuori è che le aree cerebrali attivate durante la somministrazione dello stimolo (ovvero scene di sesso spinto) erano le stesse coinvolte nei meccanismi di dipendenza dalle più comuni droghe pesanti: l’amigdala, il corpo striato ventrale e la parte dorsale della corteccia del cingolo.

Tomografia ad Emissione di Positroni di un cervello sano (sopra) e uno di un soggetto con dipendenza da pornografia
Scansione RM di un cervello sano (sopra) e uno di un soggetto con dipendenza da pornografia (sotto)

Queste aree cerebrali sono coinvolte nei meccanismi di ricompensa e nel circuito delle emozioni: lo striato e la corteccia del cingolo partecipano al consolidamento dell’idea e del desiderio di ricompensa, la amigdala contribuisce aggiungendo la componente emozionale all’esperienza provata dai soggetti.

Il connotato più interessante, tuttavia, è stato notato solo successivamente: i soggetti sottoposti alle immagini hard non provavano un vero e proprio interesse nei confronti dell’oggetto; anzi il loro livello di gradimento era piuttosto basso rispetto a quanto contrariamente suggerito dalle immagini della Risonanza Magnetica, che mostrava alti livelli di attivazione dei suddetti nuclei.

Come spiegare quanto venuto a galla allora?

I risultati dello studio si possono sintetizzare in tre punti: i soggetti desideravano vedere contenuti porno, anche se non di effettivo gradimento; la voglia diventava estremamente forte solamente pensando allo schermo del proprio computer; invece di provare attrazione per la propria compagna il desiderio sessuale andava man mano scemando nel corso del tempo.

Esistono alcuni meccanismi che la dipendenza da porno condivide con altri tipi di dipendenze. Se cambiamo l’oggetto del desiderio (il porno) con un altro apparentemente lontano anni luce (la droga) potremo notare come in effetti questi tre passaggi siano comuni: i soggetti desiderano fare uso di droga anche se non ne sono realmente attratti; la voglia diventa estremamente forte al solo pensiero di un luogo che ci ricordi la sostanza o della sostanza stupefacente in se’; invece di essere attratti dalle emozioni che la vita “normale” offre, si ha necessità di uno stimolo esterno perché la realtà non assuma connotati sgradevoli o emozionalmente bassi.

Ma se nella tossicodipenze entra in gioco più che altro un problema di tipo “quantitativo”, la pornografia aggiunge ai suoi connotati anche una sconvolgente componente “qualitativa” che comporta due principali conseguenze: cambiamento dei gusti sessuali e perdita dell’attrazione per il proprio partner.

Per spiegare il fenomeno basta far riferimento al centro della ricompensa che, nei soggetti con problemi di dipendenza da porno può risultare consolidato in maniera errata.
Il meccanismo di ricompensa esercitato a livello cerebrale aiuta l’uomo a raggiungere gli obiettivi che si prefissa. In sintesi, per raggiungere uno scopo, il cervello rilascia dopamina e stimola il centro delle emozioni spingendo a realizzare l’oggetto del proprio desiderio. Quando l’obiettivo è raggiunto, il desiderio si consolida e, assieme ad esso, anche le connessioni sinaptiche del cervello assumono una nuova “conformazione”.

Anche durante la visione di filmati pornografici viene rilasciata dopamina, che aiuta a consolidare i suddetti meccanismi di ricompensa senza che però il soggetto abbia necessità di lavorare per raggiungere l’obiettivo. In questo modo si consolida un meccanismo di ricompensa errato, in cui il soggetto non è più parte integrante dell’azione che lo porta a “realizzarsi”. Inoltre il continuo rilascio di dopamina esercita un effetto di innalzamento della soglia di eccitazione neuronale, cosicché per stimolare nuovamente i neuroni sono necessarie dosi di dopamina, quindi di stimoli, progressivamente più alte.

Dipendenza

Ciò si ripercuote sulla ricerca compulsiva dell’attività e del luogo che hanno portato il soggetto a realizzare l’oggetto (computer e filmato pornografico) e, soprattutto, sulla necessità di dosi sempre più alte di stimoli.

Si va così alla ricerca di filmati e generi sempre diversi, di scene sempre più spinte, di nuove perversioni e immagini sempre più lontane da quelle che la realtà potrebbe anche solo lontanamente offrire. Spesso si arriva alla visione di filmati violenti e che alterano la visione del normale rapporto che dovrebbe esserci tra uomo e donna. Senza considerare la categoria delle MILF (filmati hard con donne mature, ndr) che altro non rappresentano che l’estrema amplificazione dell’arcaico complesso di Edipo.

Per le stesse ragioni l’allontanamento sessuale dal proprio partner è una conseguenza più che logica: se si può raggiungere il “piacere” tramite pochi semplici gesti senza bisogno di lavoro da parte del soggetto, perché impegnarsi nel lungo processo del corteggiamento? Inoltre le prestazioni e la potenza sessuale proposta dal web a luci rosse si discostano notevolmente dalla realtà, creando falsi miti e progressiva insicurezza nei soggetti culminando in una sorta di “impotenza psicologica”.

Per concludere, la prospettiva più scioccante è quella offerta dai ricercatori del Max Planck Institute for Human Development di Berlino, secondo i quali nei forti consumatori di materiale pornografico, le zone del cervello implicate nei meccanismi di ricompensa poco sopra citati potrebbero andare incontro ad una progressiva perdita di volume.

Brain On Porn

Il campione dello studio è tuttavia esiguo: solo su 64 soggetti di età tra i 21 e i 45 anni, consumatori abituali di materiale hard e i dati sono ancora troppo poveri per parlare di evidenze oggettive ma rappresentano una base per proseguire gli studi su quella che sembra essere la droga tecnologica del XXI secolo.

Oggi sono milioni gli utenti che accedono quotidianamente ai siti che offrono materiale pornografico. Si è sempre più abbassata l’età di “primo contatto” con questo mondo fino a qualche decennio fa poco conosciuto e quasi proibito. Inoltre, mentre fino al secolo scorso era di quasi esclusiva fruizione maschile, oggi il pubblico è estremamente eterogeneo e interessa entrambi i sessi nelle più svariate fasce d’età.

Il vero problema dei giorni nostri è che nonostante il sesso sia divenuto così accessibile e profondamente conosciuto rispetto alle vecchie generazioni, parlare e riuscire ad evadere da questa dipendenza rimane il tabù che da sempre ha accompagnato questo universo.

Fonte | Lavoro 1 | Lavoro 2