Ebola, facciamo il punto

I CDC americani  rilevarono casi di febbre emorragica dovuta ad infezione da Ebola già nel febbraio 2014 in Guinea. In pochi mesi, il dramma.

L’estate del 2014, sarà ricordata per molti “eventi eccezionali”, a partire dagli straordinari fenomeni metereologici che hanno colpito prima di tutto il nostro Paese causando disagi e problemi di tutti i tipi.

Lasciando la nostra penisola e rivolgendo lo sguardo geograficamente più a sud, quello che sicuramente non è sfuggito alla comunità scientifica è l’epidemia (per qualcuno si tratta di una vera e propria pandemia) di ebola che si è verificata, ed è tuttora attiva, nell’Africa occidentale.

Nonostante i media non ne abbiamo parlato fino agli inizi di giugno, i CDC americani (Centers for Disease Control, centro per il controllo delle malattie) hanno iniziato a rilevare casi di febbre emorragica dovuta ad infezione da Ebola già nel febbraio 2014 in Guinea. In pochi mesi, probabilmente a causa delle condizioni igienico-sanitarie e degli scarsi meccanismi di contenimento che sono stati adottati per contenere il virus, l’infezione ha dilagato estendendosi agli stati confinanti: Sierra Leone, Liberia e Nigeria.

Ebola, facciamo il punto

Quando l’infezione era ormai diventata un’epidemia l’interesse internazionale è aumentato tanto che, oltre alle associazioni umanitarie in campo fin dall’inizio, anche l’OMS ha deciso di inviare sul posto epidemiologi e virologi al fine di ottenere più informazioni possibili su questo nuovo ceppo virale.

Ad oggi i casi accertati dall’OMS in Africa sono 3069 (ndr. aggiornato al 26 agosto) con una mortalità maggiore del 50% e quasi a nulla sono serviti gli sforzi fatti fino ad ora dai volontari e dalle forze internazionali per cercare di circoscrivere e contenere il virus tanto che spesso, proprio le associazioni di volontariato presenti sul posto, hanno messo in evidenza lo scarso impegno internazionale da parte di tutti i Paesi.

In questo scenario, che potrebbe ricordare i giochi Pandemic o Plague Inc, proprio quando nessuno credeva fosse possibile c’è stata una “epiphany scientifica”, un evento che ha modificato parzialmente la nostra idea dell’Ebola consentendoci di credere nella possibilità di una cura: il suo nome è ZMapp. Questo “farmaco”, prodotto dalla Mapp Biopharmaceutical con sede negli USA, è l’ultimo ritrovato biotecnologico, figlio dei finanziamenti militari americani in campo farmaceutico.

Nonostante l’idea da cui si è partiti non è nuova nel campo della farmacologia (dopo vedremo il perché) l’effetto sembra essere soddisfacente in quanto, nella fase di sperimentazione pre-clinica, ha impedito che un campione ristretto di scimmie infettate con l’Ebola sia andato incontro alla manifestazione clinica della patologia e quindi abbia sviluppato la febbre emorragica che poi può risultare letale; in altre parole lo ZMapp ha impedito al virus di diffondersi nell’organismo delle scimmie e così facendo ha modificato la normale evoluzione della malattia nei primati permettendo loro di sopravvivere ed eliminare il virus dal loro organismo senza subire “danni” rilevanti.

Trattamenti del genere non sono nuovi in medicina in quanto si tratta di anticorpi monoclonali inizialmente prodotti da topi volutamente infettati con una forma modificata dell’Ebola. Tutte le immunoglobuline prodotte in queste cavie vengono saggiate una ad una alla ricerca dell’anticorpo “perfetto”: quello con un legame stabile ad alcune proteine bersaglio del capside virale, una volta determinato ciò, il linfocita B che produce questo anticorpo viene “immortalizzato” attraverso l’ibridazione con cellule di mieloma umano (un tipo di cancro che colpisce proprio questo tipo cellulare causandone la perdita di controllo della replicazione e l’impossibilità delle cellule di andare incontro a morte).

Lo scopo di questo processo è quello di avere tutta una serie di linfociti B “umani” che producono in maniera continuativa lo stesso identico anticorpo, selezionato in precedenza, che può essere raccolto e confezionato in fiale pronto all’uso.

Ebola, facciamo il punto

A questo sorge una domanda: come funziona quindi il siero ZMapp?
Una volta infuso nell’organismo infetto, i tre tipi di anticorpi monoclonali da cui è formato il “siero”, legano la membrana esterna dell’Ebola e impediscono al virus di penetrare nelle cellule non ancora infettate rendendo impossibile la sua replicazione e la sua diffusione; inoltre facilitano la “clearance” fisiologica da parte del sistema immunitario dell’individuo.

Molecole che bloccano la fusione dei virus con la membrana delle cellule dell’ospite sono già utilizzate in terapia: l’enfuvirtide è un farmaco emergente per il trattamento dell’HIV e il docosanolo è stato recentemente approvato dalla FDA (Food and Drug Administration) per il trattamento dell’herpes labiale.

Riguardo lo ZMapp, la FDA ha permesso al farmaco di essere somministrato agli essere umani, bypassando temporaneamente i trials clinici obbligatori per tutte le nuove molecole, in occasione del contagio da parte dell’Ebola di due missionari americani presenti in Liberia. I primi risultati su questi due pazienti sono stati stupefacenti nonostante fosse passata più di una settimana dal contagio ma la gioia per questo “miracolo” ha subito una battuta d’arresto quando è morto il terzo missionario extra-africano contagiato: un prete spagnolo anch’egli trattato con il “siero dei miracoli” (come l’hanno battezzato alcuni tabloids inglesi ed americani) che non è riuscito a migliorare la condizione clinica del paziente probabilmente a causa dello stadio avanzato nel quale si trovava l’infezione ormai contratta più di 10 giorni prima dell’inizio della terapia.Ebola, facciamo il punto

Nonostante l’utilizzo di questo nuovo farmaco abbia già dato dei risultati positivi, c’è chi guarda oltre: è di pochi giorni fa la notizia che un’azienda giapponese, la Toyama Chemical Company, abbia già pronto un nuovo farmaco antivirale che come un classico inbitore dell’RNA polimerasi virale, impedisce al virus la replicazione una volta all’interno della cellula umana.

 Soltanto il tempo ci dirà quale sarà effettivamente il nuovo “gold standard” per il trattamento dell’infezione da Ebola, certamente ci auguriamo che, complice la paura di una vera pandemia globale, aumentino i finanziamenti per la ricerca di nuove terapie contro questi microorganismi che ricordiamo possono essere utilizzati anche come arma batteriologica.