HIV, AIDS, virus, storia, pubblicità

Inizi anni 80 – CDC costretto a scontrarsi contro la “peste del 2000”: il virus HIV. Oggi, nuovi approcci terapeutici si prospettano a 40 milioni di sieropositivi.

Il virus dell’HIV comparve nella storia umana in maniera subdola e, probabilmente, all’inizio venne largamente sottovalutato dagli organi scientifici che si resero conto, soltanto più tardi, dell’alta contagiosità e delle manifestazioni a lungo termine che si verificavano nei pazienti infetti.

Quando il 5 giugno del 1981 il CDC di Atlanta segnalò al mondo intero la co-presenza di linfadenopatia e infezione polmonare da Pneumocystis carinii (ndr. un patogeno opportunista che causa patologia molto raramente nell’uomo) in alcuni membri della comunità omosessuale; all’epoca gli organi di stampa furono i primi a “trovare” un nome per questa nuova patologia: la chiamarono GRID, ovvero Gay-Related Immune Deficiency.

Allo stesso tempo il CDC iniziava a notare delle correlazioni tra lo sviluppo della patologia e alcune caratteristiche sociali degli individui affetti: si trattava di soggetti di origine haitiana, facenti uso di sostanze stupefacenti per via iniettiva (ad es. eroina) e, talvolta erano anche emofiliaci e quindi necessitavano di trasfusioni periodiche; per questo motivo, nei primissimi mesi, la sindrome prese il nome di “malattia 4H” ovvero: Haitian, Hemophiliac, Heroin addiction, Homosexual.

Da allora il virus dell’HIV è stato prima identificato, poi si sono evidenziati nuovi sierotipi, quindi è stato mappato il loro genoma e, negli ultimi anni, sono stati sviluppati decine di farmaci per il suo trattamento.
Attualmente la nostra conoscenza, riguardo l’HIV e l’AIDS, è radicalmente cambiata rispetto a trent’anni fa, tanto che, basandoci sui meccanismi molecolare di ingresso, integrazione genomica e replicazione virale, siamo riusciti a produrre farmaci relativamente efficaci che però devono essere somministrati in associazione tra loro (HAART) per rallentare lo sviluppo di fenomeni di resistenza da parte del virus che, per sua stessa natura, ha un’elevata predisposizione a mutare i bersagli farmacologici verso i quali sono rivolte le nostre terapie.

Dott. Dr Sam Milliken
Dott. Sam Milliken

Nonostante tutti gli sforzi fatti fino ad ora, l’HIV resta un virus “letale” che non è possibile curare ma che si può “tenere a bada” somministrando un cocktail di farmaci che, nella quasi totalità dei pazienti, ha effetti indesiderati rilevanti ma, allo stesso tempo, permette loro una vita nei limiti della normalità, abbassando la carica virale (ndr. il numero di virus nel sangue) senza poter però eradicare completamente l’infezione e rendendoli delle “reservoir virali” potenzialmente in grado di diffondere ulteriormente l’infezione.

A luglio di quest’anno, sia sul web che sui giornali, è apparsa la notizia di una nuova possibile cura all’infezione da HIV: due pazienti australiani affetti da linfoma di Hodgkin, dopo aver subito un trapianto di midollo al fine di “rimpiazzare” le loro cellule colpite dalla neoplasia, a tre anni dall’intervento hanno visto l’azzeramento completo della carica virale all’interno del loro sangue (nonostante fossero ancora sotto regime antiretrovirale per precauzione); in altre parole è come se le nuove cellule immunitarie trapiantate avessero eliminato completamente il virus dal loro organismo rendendoli nuovamente non infetti.

Quale “miracolo” medico è alla base di queste guarigioni?

In realtà per gli addetti ai lavori questo non è un fenomeno del tutto paranormale, anzi attualmente sappiamo che circa l’1% della popolazione mondiale è naturalmente immune all’HIV in quanto i loro linfociti T, che rappresentano le cellule bersaglio del virus, hanno una proteina di membrana (ndr. chiamata CD4) modificata, rispetto al resto della popolazione, che non permette l’aggancio del virus alla cellula dell’ospite, impedendone così l’ingresso e quindi la fase di replicazione.

Sembra che, almeno uno dei due uomini che si sono sottoposti al trapianto, abbia ricevuto il nuovo midollo proprio da una soggetto HIV-immune, beneficiando anche lui di questa resistenza genetica che gli ha permesso di eliminare completamente il virus dal suo corpo; il secondo soggetto ha invece ricevuto cellule non intrinsecamente immuni al virus ma, anche nel suo caso il tasso virale, nel suo sangue è perfettamente uguale a quello di una persona non infetta. Quest’ultimo caso incuriosisce particolarmente gli studiosi, in quanto è probabile che nel secondo midollo trapiantato ci siano altri geni, non ancora identificati, che codifichino per meccanismi di “protezione” dall’infezione virale.

"Pieta" - campagna fotografica realizzata da Benetton nel 1991
“Pieta” – campagna fotografica realizzata da Benetton nel 1991

Purtroppo non è tutto oro ciò che luccica: Sam Milliken, il direttore dell’Unità di ematologia e di trapianti di midollo del St Vincent’s, ha riferito che nonostante il sorprendente risultato conseguito

“I trapianti di midollo non possono rappresentare una cura generale per i quasi 40 milioni di sieropositivi in tutto il mondo […] Si tratta infatti di una procedura complicata e costosa, che può portare alla morte di più del 10% dei casi” – Dott. Sam Milliken.

Le sue parole ci fanno capire come la ricerca in questo senso è sì importante per scoprire nuovi geni la cui espressione potrà aiutarci a trattare i pazienti affetti da questa patologia, ma non è l’unica via che bisogna intraprendere, in quanto attualmente si predilige la ricerca di nuovi farmaci che siano diretti verso i bersagli molecolari del virus.

Chissà se un giorno (neanche troppo lontano) potremmo curare un paziente HIV positivo con una terapia adeguata proprio come è successo, dopo la scoperta degli antibiotici, con la peste.