Molte patologie autoimmuni non possono essere curate in tempi brevi o con trattamenti efficaci, in questi casi i medici possono solamente prescrivere farmaci che ne “rallentino” l’evolversi, minimizzando i sintomi connessi: tutto questo, a breve, potrebbe cambiare grazie all’impiego di una terapia che desensibilizza le cellule sregolate del sistema immunitario.

Esistono alcune malattie con le quali il paziente deve imparare a convivere e questo, spesso, non è sempre facile specialmente quando i sintomi iniziano presto, durante al pubertà ad esempio, e sono fastidiosi tanto da impedire una vita regolare.

Non possiamo neppure comprendere quali pensieri passano per la testa di coloro ai quali viene diagnosticata una patologia cronica e potenzialmente letale ma, per poter semplicemente cercare di immaginare, vi citiamo le parole di un ragazzo, Andrea:

“Ho saputo di avere il lupus a 18 anni. I medici mi dissero che se si fosse trattato di una lotteria, sarei stato considerato molto fortunato essendo maschio, bianco e diciottenne. E’ stato molto aggressivo fin dall’esordio, con il tempo ho sviluppato insufficienza renale, i polmoni si sono riempiti di liquido e ho dovuto subire alcuni interventi per rimuoverlo dalla cavità toracica, dove si era raccolto” – Andrea

In questo periodo si è tanto parlato della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) grazie alla campagna di raccolta fondi internazionale nota come Ice Bucket Challenge; non dobbiamo però dimenticare che esistono molte persone affette da altre patologie croniche che spesso sono abbandonate a loro stesse poiché, anche per loro, le terapie attualmente disponibili sono poche o non sufficienti a controllare l’evoluzione clinica: per questo motivo oggi vorremmo parlare delle malattie ad origine autoimmune, tra queste quella più “mediaticamente” conosciuta prende il nome di Lupus Sistemico Eritematoso (LES), e si stima che gli individui affetti siano tre volte più numerosi di coloro a cui è stato diagnosticato il cancro al seno o l’AIDS.

In quasi tutte le patologie autoimmuni è possibile identificare una base genetica, in quanto alla nascita il nostro sistema immunitario viene “tarato”, all’interno di organi competenti, per riconoscere il self, strutture e molecole del nostro organismo, dal non-self che può essere rappresentato da un microorganismo, un farmaco o una sostanza che introduciamo con l’alimentazione.

Grazie alle conoscenze acquisite, riguardo la genesi dei nostri “globuli bianchi”, sappiamo che le reazioni allergiche ad un medicinale non sono altro che risposte abnormi del nostro organismo verso quella particolare molecola che viene identificata come un pericolo: per questo motivo ad un paziente che è allergico alle penicilline si preferisce la somministrazione di altri antibiotici chimicamente differenti, così da non scatenare fenomeni di ipersensibilità.

Allo stesso modo, per motivi ancora in parte sconosciuti, è possibile che durante lo sviluppo alcune cellule del nostro sistema immunitario non vengano “istruite” correttamente e, una volta maturate, identifichino il self come non-self causando una risposta distruttiva rivolta verso le determinate strutture del nostro stesso corpo: a seconda delle aree colpite, la patologia si manifesta con particolari sintomi che ci permettono di effettuare una diagnosi specifica.

Nel caso della LES vengono prodotti anticorpi che, invece di proteggere il corpo dai microorganismi, possono attaccare il cuore, il cervello, i vasi, i polmoni, i reni o il fegato causando danni d’organo variabili, da lievi a molto gravi, tali da rendere indispensabile un trapianto.

La stragrande maggioranza di queste patologie non può essere trattata con una terapia specifica e mirata all’alterazione che le ha causate in quanto, come abbiamo già riportato, spesso sono dovute ad alterazioni genetiche non ancora identificate oppure che non sappiamo come “riparare”. I pazienti sono quindi obbligati ad assumere prima farmaci immunomodulatori specifici, che abbassano la loro capacità di difendersi dalle infezioni causate dai patogeni, e successivamente farmaci aspecifici che riducano i processi infiammatori responsabili del peggioramento del quadro generale.

"Eritema a farfalla"
“Eritema a farfalla” – Tipico segno clinico del LES

Però, nonostante non se ne parli molto e non ci sia tutto l’interesse dei media e dei social network, la ricerca nel campo delle patologie autoimmuni sta andando avanti, e proprio il 6 settembre l’Università di Bristol ha pubblicato uno studio su Nature Communication, nel quale vengono presentati i risultati di uno studio di desensibilizzazione cellulare, in pazienti affetti da patologie autoimmuni, che ha permesso di “spegnere” gradualmente i geni coinvolti nell’errata attivazione delle cellule immunitarie portando quindi ad un miglioramento (ndr. in alcuni casi perfino ad una scomparsa) dei sintomi indotti dalla patologia.

Questo processo è simile al “vaccino” per l’allergia, entrambi si basano infatti sul concetto di anergia cellulare: somministrando bassissime dosi, e in maniera crescente, della molecola riconosciuta come estranea dalle cellule, quest’ultime col tempo iniziano ad abituarsi alla sua presenza e non attivano più i meccanismi immunitari.

Ora la speranza dei ricercatori è che questa intuizione possa portare allo sviluppo di nuovi trattamenti contro molte altre malattie su base immunitaria, come sclerosi multipla, diabete di tipo 1 e malattia di Basedow-Graves.

La nostra speranza invece si basa su quello che oggi viene chiamato “il potere della rete”: visto che Internet ha reso possibile la massiccia diffusione dell’Ice Bucket Challenge, e ha reso più popolare una malattia come la SLA, facciamo che i riflettori si accendano anche sulle malattie autoimmuni e sulle persone come Andrea che sono costrette a convivere con questo “sentenza” che ha cambiato la loro vita ma non gli impedisce di continuare a sperare.

“Quando ho cominciato le cure, non mi sono reso conto che si trattava solo dell’inizio, che avrei dovuto subire terapie su terapie e riabilitazioni per recuperare i muscoli, che avrei provato un’infinità di medicine per salvare i reni ed il resto. Dopo tre anni sono riuscito a ricominciare a studiare e attualmente non sto prendendo farmaci” –  Andrea.