Intercettazione shock:  “Ho lasciato ammazzare deliberatamente una persona […] sono responsabile della morte di quella persona […] dovrei andare ad autodenunciarmi, però verrei licenziato[…] il primario ha amicizie, coperture politiche, io no” 

Per chi non avesse ancora sentito o letto la notizia, che sta rimbalzando su tutti i media, stiamo parlando della conversazione avvenuta a Settembre del 2013 tra un chirurgo dell’Ospedale San Carlo di Potenza e un suo collega (ndr. che ha registrato la prova e l’ha fornita ai magistrati) e pubblicata oggi dalle maggiori testate giornalistiche nazionali.

Non c’è stato bisogno di riportare la versione integrale del testo in mano alla procura. È bastato, infatti, semplicemente citare il punto cardine del discorso tra i due.

Ascoltando certe parole, caricate ancora di più di significato attraverso il modo in cui vengono pronunciate dai diretti interessati, non possiamo non indignarci e sperare che i magistrati e la giustizia facciano davvero il loro corso.

Si rimane allibiti soprattutto quando si ascolta le persone parlare della morte di qualcuno, ovviamente non una morte naturale ma in un certo senso “programmata”; a questo sdegno spesso si aggiungono altri fattori e, quando il soggetto intercettato è un medico, tutto ciò che è stato detto finora prende il nome di malasanità.

“Ho lasciato ammazzare deliberatamente una persona […] sono responsabile della morte di quella persona […] dovrei andare ad autodenunciarmi, però verrei licenziato[…] il primario ha amicizie, coperture politiche, io no”

Nel pieno rispetto del lavoro dei magistrati e sottolineando il fatto che non abbiamo né la competenza giuridica necessaria né il materiale probatorio completo per valutare la colpevolezza o meno del medico in questione, crediamo che, ascoltando queste parole le persone perdano definitivamente la fiducia nella classe medica e, specialmente in un periodo così difficile come quello che stiamo vivendo (in particolare i chirurghi), che vede il proliferare di associazioni legali sempre pronte a far valere i diritti dei paziente senza tener presente l’aspetto medico correlato all’intervento, queste siano una vera spada di Damocle che pende sulla testa della vera medicina.

Stiamo parlando di quella pratica medica fatta di emozioni e sentimenti, quella medicina che appassiona il medico che la esegue e fa trovare sollievo al paziente afflitto dalla patologia, la medicina razionale dove intuizioni ed esperienza si fondono allo studio teorico, quella che permette allo specialista di entrare in empatia con l’individuo che chiede il suo aiuto e condurlo non solo verso la guarigione ma anche verso uno stile di vita migliore che possa permettergli di raggiungere quel benessere fisico, psicologico e sociale al quale tutte le pratiche mediche devono necessariamente aspirare.

Purtroppo in questi anni la vera medicina è a rischio di estinzione, braccata da una nuova “idea”: la medicina difensiva che incoraggia il medico ad effettuare sempre più esami possibili ed operare un paziente quando (spesso) è troppo tardi, non per assicurare la salute di chi si rivolge alle sue cure, ma per garantirgli l’immunità da responsabilità penali future.

Vogliamo davvero che, un giorno, chi dovrà curarci abbia più a cuore la sua incolumità che la nostra?

Meditate gente, meditate.