alzheimer morbo sindrome patologia neurodegenerativa demenza

Disturbi dell’umore e del comportamento, deficit della memoria a breve termine, afasia (ossia difficoltà nel comprendere o nel produrre il linguaggio), perdita delle abilità matematiche e delle memorie acquisite fino ad arrivare ad incontinenza, mutismo e incapacità a deambulare, ed infine morte che sopraggiunge dopo circa 10 anni dalla diagnosi: sono questi i sintomi che contraddistinguono il Morbo di Alzheimer, la più frequente causa di demenza nell’anziano.

 “Se non riesci a ricordare dove hai messo le chiavi, non pensare subito all’Alzheimer; inizia invece a preoccuparti se non riesci a ricordarti a cosa servono le chiavi” –  Rita Levi Montalcini (1909-2012)

In cosa consiste realmente l’Alzheimer? Da che cosa è provocato?

Possiamo evitarlo in qualche modo? La scoperta del morbo di Alzheimer è attribuibile al dottor Alois Alzheimer che intorno ai primi del ‘900 compì alcuni studi su persone comuni che, messe di fronte a dei semplici oggetti, non solo non erano in grado di riconoscerli ma neanche di ricordarli. Fu sulla base di questi primi reperti anamnestici, poi supportate da indagini autoptiche, che partirono importanti anni di studi che permisero di arrivare alla conoscenza che noi oggi abbiamo di questa importante patologia neuro-degenerativa che affligge ogni anno circa il 5% della popolazione anziana al di sopra dei 65 anni. Scientificamente il morbo di Alzheimer rientra all’interno delle Amiloidosi, gruppo eterogeneo di malattie aventi in comune la deposizione di sostanza amiloide negli spazi extracellulari del nostro cervello e la cui origine inizia in maniera insidiosa e misteriosa.

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Preparato di tessuto cerebrale, placca di beta amiloide che conferma la diagnosi di Alzheimer post-mortem
FONTE | Armstrong RA. Beta-amyloid plaques: stages in life history or independent origin? Dement Geriatr Cogn Disord 1998; 9 (4): 227-38.

 Ma che cos’è questa amiloide?

 Si tratta di una sostanza proteica che al microscopio ottico appare amorfa, acida e ialina, che accumulandosi tra le cellule comprime quelle adiacenti causandone atrofia. Gli anatomo-patologi riescono, dopo una biopsia, a differenziarla dagli altri depositi ialini perché al microscopio ottico appare positiva ad una sostanza chiamata Rosso Congo (che la colora di rosso-rosa) e il suo nome deriva dal fatto che reagendo con lo Iodio assume un colore bruno. Non si parla di una singola malattia ma di una serie di patologie che sono accumunate dalla presenza di questa proteina che, ripiegandosi in modo errato, diventa insolubile e non può più essere correttamente eliminata. Si tratta di fibrille che non sono solubili perché non decorrono longitudinalmente ma trasversalmente e si ripiegano a formare una struttura definita a foglietto beta (da cui il secondo nome dell’Alzheimer come Beta-fibrillosi). Le Beta-fibrille hanno tutte uguale struttura ma, a seconda della proteina precursore e della localizzazione nel nostro corpo, si distinguono diverse manifestazioni cliniche, in particolare riconosciamo forme sistemiche e forme localizzate. Tra le forme localizzate troviamo le Neurofibrillosi, in cui la sostanza amiloide si deposita nel neurone e di cui fa parte proprio il morbo di Alzheimer.

Per il 95% dei casi è una malattia Multifattoriale (cioè somma di fattori genetici e ambientali), mentre nel 5% dei casi è ereditaria e può interessare soprattutto le persone affette da Trisomia 21 (Morbo di Down). Il decorso della malattia è molto specifico e le cause potrebbero essere molte:

  • Infiammazione e danno all’endotelio che costituisce i vasi sanguigni;
  • Alterazioni nell’omeostasi del calcio;
  • Alterazioni a carico delle Chinesine che sono proteine deputate al trasporto rapido tra gli assoni dei nostri neuroni e una cui mutazione porterebbe ad un rallentamento nella trasmissione dell’impulso nervoso;
  • Danni ai mitocondri: i mitocondri sono degli organelli presenti nelle nostre cellule deputati a funzioni fisiologiche come il processo di fosforilazione ossidativa necessario per la produzione di ATP, molecola fondamentale per il nostro dispendio energetico in quanto funge da carburante (è la benzina del nostro corpo!). Un danno nel trasporto degli elettroni in questa importante catena metabolica porta all’accumulo di ROS cioè di Specie Radicaliche Attive, ovvero di molecole dannose per il nostro corpo che possono portare alla morte prematura del mitocondrio per apoptosi con danneggiamento globale.

Ma allora da dove derivano queste Beta-fibrille? 

I peptidi chiamati A-beta derivano dal processamento della APP (Precursore dell’Amiloide Cerebrale) che è una proteina di superficie avente un ruolo importante nella proliferazione cellulare. Il processamento di questa proteina normalmente avviene prima a livello della porzione extracellulare e poi a livello trans-membrana, il tutto ad opera di due enzimi definiti secretasi: in particolare si occupano di questo lavoro l’alpha-secretasi prima e la gamma-secretasi poi, il cui lavoro, in condizioni fisiologiche, porta alla formazione di un peptide solubile, quindi eliminabile. Nel morbo di Alzheimer l’apha-secretasi viene sostituita dalla beta-secretasi il cui operato porta alla formazione di un peptide non solubile definito appunto A-beta (di circa 40-43 amminoacidi) che va a formare le fibrille amiloidi le quali poi si depositano e comprimono le cellule circostanti, in particolare il lobo temporale, frontale e parietale della corteccia cerebrale impedendo il normale ricambio cellulare e causando atrofia del tessuto con conseguente demenza e perdita dell’eloquio.  Questa deposizione crea infiammazione, determina il richiamo di neutrofili e macrofagi che una volta arrivati nella sede del danno rilasciano citochine e chemochine le quali amplificano il sistema con danneggiamento irreversibile.

Nonostante la malattia sia molto eterogenea, si possono evidenziare diversi stadi clinici (la cui durata può variare da soggetto a soggetto):

  1. Stadio I: perdita della memoria a breve termine e vuoti di memoria;
  2. Stadio II: difficoltà a ricordare nozioni acquisite recentemente, confusione, aggressività e perdita progressiva di consapevolezza;
  3. Stadio III: difficoltà di parola, atteggiamento più violento e ansioso, debilitanti deficit cognitivi.

E’ importante considerare che il deficit di memoria è davvero molto subdolo: infatti è prima circoscritto a sporadici episodi nella vita quotidiana (per intenderci il paziente fa fatica a ricordare cosa si è mangiato a pranzo, cosa ha fatto durante il giorno) e della memoria prospettica (ci si dimentica di appuntamenti futuri); poi man mano il deficit aumenta e la perdita della memoria arriva a colpire anche la memoria retrograda (riguardante fatti della propria vita o eventi del passato) e la memoria semantica (le conoscenze acquisite), mentre quella che definiamo memoria procedurale (esecuzione automatica di azioni come andare in auto ad esempio) viene relativamente risparmiata fino alle fasi avanzate della malattia.alzheimer morbo sindrome patologia neurodegenerativa demenza

Con il tempo si manifestano crescenti difficoltà nel linguaggio, il paziente tende invano di “trovare le parole”, mentre nelle fasi più avanzate si assiste ad una disorganizzazione  nella produzione delle frasi e difficoltà di sintassi. Il malato non riesce più a gestire di documenti, denaro, a guidare l’automobile, cucinare, ecc. Tutte queste attività, normalmente banali, cominciano a diventare progressivamente più impegnative e difficili, fino a divenire addirittura impossibili. Viene persa gestione dello spazio-tempo e si fatica a riconoscere familiari fino ad arrivare ad una condizione di mancata autosufficienza che impedisce di prendersi cura della propria persona (lavarsi, farsi la barba, vestirsi).

Ad oggi non si è a conoscenza di quale sia la causa diretta di tale manifestazione, tuttavia il concetto di base è che nelle forme familiari ci sia una sorta di “tara genetica” con deficit a carico di due proteine definite PRE-SENILINE (pre-senilina 1 situata nel cromosoma 14 e la pre-senilina 2 situata nel cromosoma 1) che causerebbero una mutazione con guadagno di funzione a carico delle gamma-secretasi che quindi produrrebbe più peptidi beta; inoltre il gene del APP (peptide precursore dell’amiloide) si trova sul cromosoma 21, cosa che ci permette di capire come mai nella Sindrome di Down questi composti insolubili e neurotossici possano formarsi più facilmente in questi soggetti e anche in giovane età.

Invece, nelle forme sporadiche, sono molti i fattori ai quali dobbiamo porre attenzione: utilizzo di benzodiazepine (comuni ansiolitici per intenderci), diabete, ipercolesterolemia (e dislipidemie in generale), malattie cardiovascolari e scarso svolgimento delle funzioni intellettuali potrebbero essere tutti fattori contribuenti la malattia.

Insomma, avete capito proprio bene, pare che studiare rientri tra i metodi migliori per allenare il nostro cervello!