Negli ultimi anni la politica del nostro Bel paese è abbastanza allo sbaraglio: non è una questione di destra o di sinistra (ndr. tanto ormai abbiamo la le larghe intese), infatti osservando con occhio attento l’operato degli ultimi governi, a partire da quello Monti, vedremo come ormai chiunque “venga eletto” sembra abbia l’obbligo morale di scrivere nuove leggi al fine di cambiare qualche “anomalia del sistema” non meglio specificata; e che importa se quell’ambito è stato già rimodernato nella legislatura precedente, l’importante è farlo adesso!

Allo stesso tempo l’Università italiana è stata umiliata prima dalla Legge Gelmini, che oltre a teorizzare un nuovo tunnel tra il Gran Sasso e il CERN di Ginevra si preoccupava anche di rimodernare il meccanismo con il quale le università assumono i nuovi docenti (peccato che la sua legge lasci lacune ben maggiori di quella che ha sostituito) e poi dai ministri successivi fino a quello attuale: Stefania Giannini, che verrà (probabilmente) ricordata come la “paladina” dei futuri studenti di medicina.

Focalizzandoci sulla facoltà universitaria di Medicina e Chirurgia (ma il discorso è uguale per tutte le facoltà che afferiscono nell’ambito medico-sanitario) ci rendiamo conto come le strutture che ospitano questi studenti non sono semplici luoghi di studio, bisogna mettere a loro disposizione anche dei luoghi adibiti alla loro formazione professionale, in pratica dei luoghi dove possono svolgere i tirocini e le altre attività pratiche. Proprio per questo motivo, in teoria, ogni università italiana che possiede nel proprio portfolio didattico un corso del genere deve essere associata ad un policlinico universitario o ad una struttura dove gli studenti possono svolgere il loro “lavoro” direttamente nei reparti.

Fino ad oggi questo sistema ha sempre funzionato, nonostante sia afflitto da mille e più limitazioni e problematiche, e ha permesso agli studenti di medicina e di tutte le professioni sanitarie, di praticare i tirocini essenziali per alcuni esami direttamente nella sede ospedaliera legata all’università; purtroppo proprio in questi giorni questo macro-ambiente che si è creato in questi anni sta subendo degli attacchi da parte del ministro Giannini che sembra giocare al gioco “Un, due, tre, Stella”.

All’inizio di maggio, appena dopo i test di Aprile e in piena campagna elettorale per le europee, la Giannini (candidata all’Europarlamento con Scelta Civica) aveva promesso che dal 2015 avrebbe abolito il test di ingresso alla facoltà di Medicina e Chirurgia; ovviamente in quell’occasione la sempre attenta Lorenzin (ndr. Ministro della Sanità) le aveva “fatto Stella” facendole notare che questo avrebbe creato un overload di studenti che le strutture universitarie attuali non avrebbero potuto contenere. In quel periodo si alzarono anche le voci dei vari rettori d’Italia che bollarono rapidamente come infattibile la proposta del Ministro dell’Istruzione e fecero ritornare la Giannini alla postazione di partenza in attesa che iniziasse il secondo round.

Ministro dell'Istruzione Stefania Giannini
Stefania Giannini, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca del governo Renzi dal 22 febbraio 2014.

Pochi giorni fa, il 29 agosto, quando avevamo appena finito di parlare di questa strana estate, dal MIUR arriva una news – Dal 2015 non ci sarà più il consueto test per l’accesso alle facoltà di Medicina, Farmacia e Biotecnologie. L’ammissione sarà rimandata alla fine del primo semestre (o forse del secondo) e gli alunni saranno scelti in base agli esami sostenuti e alla loro media –, in altre parole in “modello francese” arriva in Italia.

 Mentre nessuno se lo aspettava, la Giannini ha sferrato il suo colpo al test d’ingresso mettendolo (quasi) KO e, questa volta, senza che nessuno se ne accorgesse: infatti, da quando è arrivata la notizia, la Lorenzin non si ancora espressa in merito (anche se il suo giudizio è marginale in questa situazione) e neppure i rettori che, la prima volta hanno tuonato in coro contro la follia del MIUR, adesso si sono scomposti più di tanto.

 A noi piace rappresentare l’eliminazione del test e l’attuazione del modello francese in Italia con un’allegoria: immaginate di prendere un’anguria (rimanendo in tema estivo) e di lanciarla in mare; ovviamente l’anguria affonderà, mentre se noi posiamo delicatamente l’anguria su di un materassino gonfiabile e poi lo mettiamo sull’acqua questa non affonderà.

Il sistema francese funziona in Francia perché la situazione di partenza (quello che gli inglesi chiamano background) dell’Istruzione francese è fondamentalmente diverso dal nostro; in altre parole loro hanno il materassino mentre noi no!

È davvero possibile che un’ammissione aperta (senza test) alle facoltà in questione possa mandare in tilt non sono i primi anni di corso ma, con il passare del tempo, anche gli anni successivi creando tutta una serie di problematiche dove, chi pagherebbe il maggior prezzo, sarebbero in primis gli studenti (che avrebbero una didattica di qualità sicuramente peggiore) e poi i pazienti dei policlinici universitari che si vedrebbero le loro camere invase da futuri medici in soprannumero.

 Ci rendiamo conto come sia sempre difficile trattare questo argomento, specialmente se dalla parte di ci scrive c’è la sicurezza di diventare (tra qualche anno) medico e quindi essere “al sicuro”. Purtroppo però non bisogna creare false speranze, ricordare agli studenti che il numero chiuso è una tutela per loro stessi in quanto garantisce una qualità “minima” della didattica e invogliare i futuri iscritti a prepararsi seriamente in attesa del test così da massimizzare le loro possibilità d’ingresso.

In bocca al lupo a tutti!