La cannabis come cura per il cancro: è davvero possibile?
La cannabis come cura per il cancro: è davvero possibile?

Mentre in Italia il Ministero della Sanità è impegnato a regolamentare l’utilizzo di derivati cannabinoidi ad uso terapeutico, specificando anche dove dovrà avvenire la coltivazione e chi dovrà occuparsene, un nuovo studio indipendente che esamina 20 anni di ricerche sulla cannabis avverte: il rischio di patologie indotte dal consumo ricreativo esiste ed è sottovalutato.

Era il 18 settembre di quest’anno quando il nostro ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, rendeva noto di aver siglato il protocollo d’intesa, con il Ministero per la Difesa, per l’avvio di produzione nazionale di cannabis ad uso terapeutico. Le sue intenzioni sono più che lodevoli: attualmente infatti i malati oncologici e/o terminali, per rifornirsi di questa sostanza devono attendere svariati giorni (ndr. in quanto è considerato alla stregua di un farmaco che l’Italia importa dall’estero) oppure, più spesso, devono rivolgersi al mercato nero, gestito dalla criminalità organizzata.

Cannabis, medicina, uso ricreazionale, uso medico, THC
Esempio di marijuana destinato esclusivamente all’uso medico. Attualmente i malati italiani possono chiedere che sia importata dall’estero come farmaco.

Un altro aspetto che era stato evidenziato in questa occasione riguardava l’impatto economico di questo prodotto “estero” nelle tasche del nostro SSN (ndr. Sistema Sanitario Nazionale):

“Per l’importazione di tale sostanza oggi si spendono 15€ al grammo; al contrario, producendola in Italia, tale costo sarà molto inferiore alla metà di quello attuale” – Beatrice Lorenzin.

Fin qui non ci possono essere equivoci: è stato chiarito che le coltivazioni saranno gestite dal Ministero della Difesa, all’interno dello stabilimento chimico-farmaceutico di Firenze, gestito dall’AID (ndr. Agenzia Industrie Difesa), che avrà anche il compito di “lavorare” la materia prima al fine di ottenere un composto farmaceutico titolato che i pazienti potranno utilizzare senza preoccupazioni, essendo pienamente coscienti della quantità di principio attivo contenuto e della sua provenienza.

Quasi contemporaneamente a questa (bella) notizia è stato pubblicato, dalla rivista “Addiction”, il risultato di uno studio condotto dal dottor Wayne Hall dell’Università del Queensland in Australia: una di quelle che nel gergo scientifico viene definita systematic review, ovvero un’analisi di tutte le conoscenze mediche sull’argomento “cannabis” a partire dal 1993 fino al 2013.

Analizzando tutti studi di questi ultimi anni riguardanti la marijuana e i suoi effetti sul nostro organismo, Hall ha tracciato un quadro completo delle conoscenze acquisite fino ad oggi su questo tema, mettendo in luce come spesso si è sottovalutata la pericolosità di questa sostanza che rimane sempre e comunque una sostanza psicotropa dai moltissimi effetti che ancora oggi restano misteriosi.

La prima distinzione che ha posto in essere in questa sua ricerca è stata quella tra l’uso occasionale della cannabis e quello prolungato: nel primo caso gli “effetti fatali” derivati dal consumo della sostanza potevano essere imputati principalmente all’aumento del rischio di incidente stradale (ndr. ovviamente se il consumatore dopo si metteva alla guida), specialmente se questa era associata all’abuso di altre sostanze psicotrope come l’alcool; qualora l’utilizzo fosse prolungato, il dato più preoccupante che è venuto fuori dallo studio di Hall, è il rischio di sviluppare dipendenza che, normalmente riguarda una persona su dieci, ma qualora si inizi da adolescenti, può salire fino ad un individuo su sei.

Strettamente correlato al fenomeno della dipendenza, il ricercatore australiano ha messo in evidenza come, i dati da lui analizzati, mostrano una correlazione statistica tra il consumo di cannabinoidi naturali e la possibilità di utilizzare anche droghe, anche di sintesi. Questo è sicuramente uno dei temi più discussi in assoluto quando si parla di legalizzazione della marijuana: in tutti i dibattiti degni di tale nome, avremmo sentito almeno una volta la fatidica affermazione: “E se l’uso di cannabis induca il soggetto ad abusare di altre droghe, più pericolose?”. In questo caso Hall si è dimostrato corretto nel suo studio in quanto, nonostante affermi che ci siano delle forti evidenze sperimentali che il consumatore possa iniziare a consumare altre sostanze illegali, chiarisce che non è stato ancora stabilito il nesso causale tra i due tipi di abusi; in altre parole non sappiamo ancora se è la marijuana ad aprire le porte per il consumo dell’eroina (per dirne una) oppure viceversa.

Wayne Hall ha anche analizzato le patologie che possono manifestarsi con il consumo abituale di questa sostanza: il rischio maggiore riguarda le malattie psichiatriche, in particolare psicosi e schizofrenia. Questa pericolosità può essere ancora più accentuata in particolari soggetti con una storia familiare per questo tipo di disturbi: il principio attivo potrebbe smascherare una patologia geneticamente presente nell’individuo ma solamente, prima dell’utilizzo di questi composti, in forma latente.

Inoltre anche l’età in cui si inizia a “fumare” incide sulle manifestazioni patologiche: i più esposti sono coloro che iniziano nell’adolescenza, tanto che l’uso continuativo, a partire da questa “fase” della vita, raddoppia la possibilità di una futura diagnosi di schizofrenia e di psicosi anche in assenza di una vera e propria patologia psichiatrica geneticamente nascosta.

Come già detto però, gli effetti della cannabis sul cervello non sono ancora pienamente spiegati ed individuati: insieme ai disturbi già citatati sembra infatti che si possano predisporre le basi per un deficit cognitivo (ndr. che può essere anche irreversibile) responsabile di un minor livello di attenzione e di depressione da lieve e moderata che può culminare in tentativi di suicidio.

Cannabis, medicina, uso ricreazionale, uso medico, THC, spinelloUn altro aspetto analizzato nello studio è l’effetto della cannabis sugli altri apparati o sistemi che compongono il nostro corpo, in particolare cardiovascolare e respiratorio.

Studi approfonditi, condotti su migliaia di pazienti e pubblicati negli ultimi vent’anni, dimostrano che esiste una proporzionalità diretta tra la frequenza del consumo di cannabis e la mortalità, il rischio di sviluppare un infarto nelle quattro ore successive all’assunzione e la possibilità di accentuare disturbi del ritmo cardiaco fino a quel momento non ancora evidenziati.

A soffrire è anche l’apparato respiratorio: è dimostrato da più studi indipendenti, che coloro che fumano i prodotti della cannabis sativa hanno un maggior rischio di sviluppare bronchite cronica e tumori polmonari (ndr. anche se non è ancora chiaro se questo sia dovuto al fumo in sé oppure alla commistione con la sostanza psicotropa).

Infine ultimamente è stata avanzato anche la possibilità che i cannabinoidi naturali siano correlati e forme rare di tumore dei testicoli e, è stato invece dimostrato scientificamente, come l’utilizzo in gravidanza sia causa di una diminuzione del peso del feto alla nascita.

Alla fine di quanto ci siamo appena detti, premettendo che:

1-  riguardo questo tema sono migliaia le ricerche che stanno valutando, in tutto il mondo, sia gli effetti benefici che la pericolosità dei cannabinoidi naturali e di sintesi
2- la cannabis è e resterà sempre un composto attivo psicotropo alla strenua della caffeina, dell’alcool, della nicotina, delle anfetamine e della cocaina
3- la dose letale 50 del THC (ndr. principio attivo contenuto della marijuana) è pari ad 1/3 del peso corporeo dell’individuo assunto tutto in una dose
4- tutti i farmaci psicotropi alternano il “comportamento” e la struttura del nostro organo più perfetto, il cervello, anche irreversibilmente

la domanda fondamentale che bisogna porre, in particolare ai giovani, è: credete sia davvero più importante qualche ora di “sballo” che la vostra vita?
Unicuique usum, tradotto “ad ognuno il suo”.

 

Fonte | Articolo completo di Wayne Hall (EN)