Era l’inizio degli anni 80 quando le autorità sanitarie americane identificarono il virus dell’HIV che si stava diffondendo senza controllo all’interno della popolazione di tutto il mondo. Da allora la ricerca sull’AIDS ha fatto passi da gigante: sono state scoperte nuove terapie sempre più efficaci nel controllo della replicazione virale e ci sono stati i primi casi di “guarigione”. Adesso gli studiosi sono risaliti all’origine cronologia dell’infezione: Leopoldville in Congo, anni Venti del Novecento.

Da quando Luc Montagnier e Robert Gallo identificarono il virus dell’HIV, responsabile della patologia oggi nota come AIDS, sono passati più di trent’anni e sono state contagiate circa 75 milioni di persone in tutto il mondo. Nonostante la ricerca scientifica internazionale abbia investito sempre più fondi sull’identificazione e sulla sperimentazione di nuove molecole che potessero aiutare a radicare l’infezione, molti studiosi hanno continuato a volerci veder chiaro sulla nascita del virus, convinti che anche questo aspetto sia fondamentale per la comprensione in toto dell’evoluzione della patologia.

In questi giorni si è finalmente concluso il lavoro del professor Oliver Pybus, ordinario dell’Università di Oxford, che ha passato gli ultimi anni ad analizzare la struttura genomica di migliaia di campioni prelevati da soggetti affetti in tutto il mondo, al fine di identificare il “momento del salto”. Da circa 32.000 anni esiste un virus dell’immunodeficienza della scimmia, chiamato SIV (ndr. Simian Immunodeficiency Virus), che per la quasi totalità della comunità scientifica può essere considerato il precursore dei virus umani HIV-1 e HIV-2.

“Possiamo vedere le impronte della storia nei genomi di oggi, che hanno lasciato una traccia, un segno della mutazione del DNA che non può essere ereditato. Così facendo abbiamo ricostruito una sorta di albero genealogico del virus al fine di rintracciare le sue radici” – prof. Oliver Pybus, Oxford University.

Per la scienza ufficiale è quasi certo che, il virus responsabile dell’AIDS nell’uomo, è la versione mutata di quello che ha colpito gli scimpanzé, tuttora diffuso in molte comunità di scimmie; inoltre il passaggio dall’uomo ai primati non è avvenuto una sola volta durante la storia, e questo spiegherebbe la presenza di almeno due ceppi virali diversi per l’immunodeficienza umana.

Perché l’HIV si è diffusa in tutto il mondo solamente nel ventesimo secolo nonostante la sua origine risalga a molto prima? Cosa ha permesso questo aumento del numero di contagi?

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Mappa che rappresenta il percorso (storico e geografico) percorso dal virus dell’HIV dalla sua origine nel 1920 alla sua diffusione nel mondo (Haiti 1964).

Anche in questo caso gli studiosi di Oxford hanno la trovato la risposta: fu “la tempesta perfetta”, un mix di fattori socio-economici e la debolezza delle strutture sanitarie in loco.
In quel periodo infatti Leopoldiville (ndr. oggi Kinshasa), capitale della Repubblica Democratica del Congo, fu completamente rimodernata grazie all’influenza belga. Gli spostamenti furono resi più facili dalla nuova rete ferroviaria, voluta fortemente dal Belgio, al fine di permettere lo spostamento più rapido delle merci dalle campagne e dalle miniere verso i porti delle città. Anche i cittadini usufruivano degli spostamenti in treno e, ogni anno, un milione di pendolari arrivavano a Kinshasa. Erano principalmente lavoratori maschi che finirono per aumentare di molto il rapporto uomini/donne così da rendere le relazioni amorose quasi impossibili.
A causa di questa difficoltà, da parte degli operai, di trovare un partner, si ebbe un forte aumento della prostituzione che, in ultima analisi causò la diffusione sempre maggiore di tutte patologie a trasmissione sessuale.

In questo scenario storico/economico/sociale il virus dell’HIV, che per anni era rimasto “segregato” nell’entroterra africano all’interno delle tribù indigene, all’interno delle grandi città africane trova tutta una serie di nuovi potenziali pazienti che non vedono la necessità di proteggersi poiché non sanno neppure della sua esistenza. L’infezione, nelle piccole comunità isolate, era autolimitante in quanto i pazienti contagiati venivano (probabilmente) isolati dal resto degli individui e morivano in tempo medio-brevi o, nel peggiore dei casi, l’intera collettività veniva sterminata causando così la fine della propagazione della malattia.
Nelle grandi città le “morti isolate” non erano prese in considerazione, inoltre i pazienti infetti (e quindi infettanti) potevano essere considerati in buona salute anche per alcuni anni prima che la patologia si manifestasse in maniera evidente causandone la morte.

“È affascinante avere, ora, uno sguardo interno alla prima fase della pandemia di HIV.Una zona molto popolosa del centro Africa che subiva un boom demografico mai visto prima, una maggiore velocità di movimento all’interno di tutto il territorio, l’alta incidenza delle malattie sessualmente trasmesse che la medicina locale registrava in quegli anni: sono questi i fattori principali che hanno portato alla rapida diffusione del virus in tutto il mondo” – prof. Jonathan Ball, Oxford University.

Grazie allo studio di come l’AIDS sia nata e come si sia “spostata” in tutto il mondo il prof. Jonathan Ball, che ha collaborato con il gruppo di ricerca guidato da Pybus, ha evidenziato come anche l’epidemia di Ebola sviluppatasi in questi mesi in Africa occidentale dove ha ucciso più di 3000 persone, abbia delle caratteristiche epidemiologiche molto simili a quanto successo, quasi cento anni prima, con il virus dell’immunodeficienza umana.
Certo, nella nostra società “moderna” non sono i treni i nostri nuovi mezzi di trasporto, bensì gli aeri, sempre più veloci ed economici, che non fanno altro che aumentare la velocità di diffusione di qualsiasi agente patogeno. A questo si è aggiunto il fatto che, almeno nelle prime fasi, il virus causa della febbre emorragica non è stato saggiamente controllato all’interno dei confini africani a causa della scarsità di fondi messi a disposizione dai governi di tutto il mondo: indirettamente è come se gli avessimo fornito tutte le “armi” per potersi rafforzare e uscire dall’ambiente dove si era inizialmente localizzato.

Alla luce di queste nuove scoperte nel campo dell’infettivologia medica, vogliamo solamente ricordare a tutti le parole di Cicerone nella sua opera “De Oratore”, sperando che attraverso la conoscenza del nostro passato, e sopratutto del modo in cui spesso abbiamo contribuito a creare dei nuovi pericoli, possiamo raggiungere un livello sempre più alto di consapevolezza nel nostro agire quotidiano:

“Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”Cicerone, “De Oratore”.