Un diritto è qualcosa che si può pretendere da chi ci sta intorno. Accettando questa definizione il diritto alla salute diventa quindi un diritto fallace: la salute non si può pretendere.

La società moderna può permettere ai cittadini di pretendere cure, assistenza e tutto ciò che garantisce una vita dignitosa, nonostante la malattia. Quando però la malattia esclude proprio la possibilità di avere una vita dignitosa quello che abbiamo appena definito diritto ad una vita dignitosa diventa, purtroppo ancora in molti Stati, dovere alla vita.

Bryttany Maynard ha 29 anni, è sposata e vive con suo marito a San Francisco. Una vita che molto probabilmente potremmo definire normale, fino al giorno in cui le viene diagnosticato un glioblastoma.

Il glioblastoma è considerato uno dei tumori più maligni che possano colpire il cervello ma Brittany non si arrende, si fa operare e inizia un ciclo di cure. È aprile e i medici le comunicano che il tumore è tornato, più aggressivo di prima e in queste condizioni non le rimangono che sei mesi di vita.

Sarebbe stato bello far valere il proprio diritto alla salute, riscattare la propria vita. Purtroppo questo non è possibile e Brittany lo sa, è consapevole che i sei mesi che le rimangono saranno un alternarsi di crisi e malesseri. La California, dove aveva vissuto fino a quel momento, non le può garantire una vita dignitosa, decide quindi di trasferirsi nell’Oregon, a Portland.

In Oregon (negli Stati Uniti anche in Vermont, Montana, New Mexico e Washington) è concesso ai malati terminali il suicidio assistito. Al richiedente viene fornito tutto il sostegno e le informazioni che deve avere e se il caso è giudicato legittimo viene data loro la possibilità di porre fine alla propria vita nel modo più dignitoso possibile.

La malattia le avrebbe procurato dolore, le avrebbe annullato la personalità e l’avrebbe portata a morire lentamente e con una sofferenza che avrebbe contagiato anche i cari che le stavano attorno. Brittany ha scelto invece di morire con dignità, circondata dalle persone a cui maggiormente teneva per dar loro un ultimo saluto lucido e consapevole.

Credere che la scelta di Brittany sia stata giusta o sbagliata rimane un parere soggettivo e in quanto tale merita rispetto in ogni caso. Quanto, invece, è corretto uno Stato che non garantisce possibilità di scelta? Fino a che punto il dovere alla vita che viene imposto può compromettere il diritto alla vita dignitosa che andrebbe invece garantito?

Per altre informazioni su Brittany e sulla sua libera scelta, clicca qui.

Redazione | Nato a Como il 26 Febbraio 1994, frequento il terzo anno del corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Diffido di chi crede che la Medicina sia esclusivamente Curativa e, nel mio piccolo, cerco di dimostrare il contrario anche in questa sede: it's not about curing, it's just about caring.

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