La dipendenza da alcol è una delle patologie sempre più gravi e più sviluppate all’interno del nostro tessuto sociale. Secondo un recentissimo studio pubblicato su Molecular Psychiatry, esisterebbe un interruttore che potrebbe spegnere il desiderio dell’assunzione di questa sostanza, senza gli effetti collaterali dei farmaci oggi in uso che spesso inducono il paziente a ricadere nella dipendenza una volta sospesa la terapia. 

Che cos’è l’alcolismo? Come si passa da qualche “bicchierino” ad una vera e propria dipendenza? Che effetti realmente scatena esso nel nostro corpo?

L’alcolismo è un fenomeno diffusissimo nel mondo in quanto il 90% delle persone beve comunemente alcolici e la metà di questi ha problemi temporanei indotti dal consumo di alcool. In Italia si stimano circa 1.500.000 alcolisti, tanto che l’alcool-dipendenza è la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e i tumori.
Prima di tutto occorre fare un distinguo di natura geografica, esiste una cultura detta “bagnata” e una cultura “asciutta”: la prima fa riferimento al mar Mediterraneo dove la produzione di alcolici riguarda prevalentemente il vino, la seconda invece predilige il consumo di birra e superalcolici.

Un’indagine OMS (ndr. Organizzazione Mondiale della Sanità) ha infatti evidenziato che:

  • il consumo aumenta con età
  • i maschi bevono più delle femmine
  • il consumo avviene prevalentemente nel weekend
  • esistono due picchi di consumo: intorno a 10 anni, quando si ha il primo contatto con alcol in famiglia, e verso 14 anni quando si “utilizza” l’alcol come coesione di gruppo sociale. In particolare in questo ultimo caso si è visto che le occasioni per bere possono essere molte, da motivi personali personali (mi sento solo, mi annoio) a ragioni sociali (ad un festa o insieme agli amici).

Quanti tipi di consumatori esistono?

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Grafico rappresentante la pericolosità delle droghe considerando il danno fisico indotto e il livello di dipendenza.
  • Persone che bevono per il puro piacere, senza ricercarne gli effetti ricreativi: rappresentano la minoranza e in essi è assai difficile che si instauri un comportamento patologico di dipendenza;
  • Soggetti che bevono per “beneficiare” degli effetti indotti dall’alcol: è un esempio il classico paziente ansioso che bevendo diventa più disinibito. Questi hanno un elevatissimo rischio di diventare alcolisti. In questi casi devono essere considerati alla stregua dei tossicodipendenti.

In generale, i motivi che portano all’uso prima e all’abuso/intossicazione poi, sono sia psicologici che genetico-biologici. Nel nostro organismo l’etanol viene metabolizzato da una serie di enzimi, il primo è alcol deidrogenasi che “invia” il suo prodotto al secondo, chiamato acetaldeide deidrogenasi, fino ad arrivare alla formazione di acido acetico.
La “quantità” di produzione di questi enzimi è codificata da un punto di vista genetico: per questo motivo gli uomini e le donne metabolizzano l’alcol in modo diverso.
Inoltre, come molti sanno già, gli effetti che l’etanolo ha su di noi sono dose-dipendenti, ovvero aumentano all’aumentare dell’introito; ciononostante non possiamo identificare una dose soglia, perché la sensibilità individuale è diversa anche a causa di quei fattori genetici che abbiamo citato prima.
Da sottolineare è il fatto che, uno problemi maggiori degli ultimi anni, sta nel cambiamento della concezione dell’acolico: prima le pubblicità ne esaltavano il gusto, il sapore, oggi suggeriscono quello che l’alcolista cerca: miglioramento della timidezza, dei rapporti interpersonali, disinibizione, euforia.

Perché l’alcol è così dannoso alla salute?

L’etanolo agisce come sostanza psicoattiva (ndr. in realtà a tutti gli effetti una sostanza psicotropa):

  • A livello di membrana cellulare ne aumenta fluidità e permeabilità;
  • Riduce l’ansia agendo su recettori GABA-A e riducendo reuptake di serotonina e adenosina;
  • Ha effetti eccitanti ed euforizzanti in quanto agisce sul sistema serotoninergico, libera oppiodi, secerne dopamina dal sistema mesolimbico;
  • Inibisce i recettori NMDA: agisce sul glutammato inducendo anestesia e sedazione.

Attraverso questa schematizzazione degli effetti sul sistema nervoso centrale non risulta difficile comprendere come, la sua tossicità, deriva dal fatto agisce in maniera diretta sui neuroni causandone una progressiva distruzione.

Cosa succede se si “alza il gomito” per troppo tempo?

  1. Effetti sul comportamento a lungo termine: sono più intensi se la concentrazione plasmatica è in fase di salita piuttosto che di discesa e se si assume alcool in concomitanza con altri farmaci, come le benzodiazepine;
  2. Dipendenza: in particolare il soggetto sente la “necessità” degli effetti della sostanza e non della sostanza stessa come per altre droghe (vd. eroina e marijuana). Inoltre è sia di tipo psicologico che di tipo fisico perchè agisce su molti recettori che, privati della molecola in questione, iniziano ad avere “fame” e quindi richiedere al cervello la sua assunzione.
  3. Tolleranza: è un processo di adattamento dell’organismo che porta alla perdita dell’efficacia quando si ha un’assunzione ripetuta nel tempo. Nel nostro caso il discorso è diverso dalle più comuni droghe, perché la tolleranza più pericolosa è quella comportamentale, ovvero l’organismo impara e adatta il suo comportamento all’etanolo, funzionamento meglio e richiedendone una certa quantità per poter funzionare.

Quanti tipo di intossicazioni da alcol possiamo evidenziare in medicina?

Intossicazione ACUTA

Si può dividere in quattro fasi:

  1. Umore elevato, diminuzione di attenzione, difficoltà nei movimenti, eccitazione psicomotoria (fino a 0.5 g/L di etanolo nel sangue)
  2. Logorrea, espansività e cattivo controllo dei movimenti ( 1-2 g/L di etanolo nel sangue)
  3. L’alcol aumenta la soglia del dolore e la percezione della temperatura corporea (ndr. il paziente va in giro a torso nudo), disartria, ipostesia (>2 g/L di etanolo nel sangue)
  4. Crisi convulsive, coma e morte.

Intossicazione CRONICA

Per alcolismo cronico intendiamo l’abitudine di assumere, in modo continuativo, grandi quantità d’alcol, tali da provocare alterazioni fisiche e psichiche permanenti.
Una persona diventa dipendente non perchè l’alcol è “buono” ma perché ha, su questo individuo, un effetto terapeutico. Una volta sospeso quindi, il soggetto “sente” che il suo organismo non può più funzionare senza e deve necessariamente re-introdurlo.

L’alcolismo cronico conduce “alla rovina” per due motivi principali: la dipendenza e l’abuso. 

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Rappresentazione schematica dei danni organo-specifici causati dall’assunzione cronica di etanolo.

Per dipendenza intendiamo una serie di manifestazioni comportamentali caratteristiche, quali:

  • tolleranza e/o tolleranza inversa
  • astinenza
  • perdita di controllo
  • desiderio di ridurne l’uso con tentativi vani

L’abuso invece è direttamente correlato all’astinenza i cui sintomi sono:

  • tremore
  • nausea
  • sudorazione
  • disturbi umore
  • iperacusia, tinniti, prurito, crampi muscolari
  • disturbi del sonno

L’alcolismo cronico è una vera e propria forma di demenza in quanto si perdono e/o riducono le capacità e le funzioni celebrali tanto da sfociare in condizioni quali:

  • deterioramento globale della personalità: associata ad una diminuzione delle funzioni psichiche superiori. Questi soggetti finiscono per non avere più freni inibitori etico-morali e cura della propria igiene personale;
  • decadimento cognitivo: in maniera lenta ma progressiva l’alcolista diventa incapace di portare a termine azioni prima banali come il proprio lavoro e sviluppa disinteresse verso i propri impegni;
  • instabilità emotiva: facilità alla commozione, collera, atteggiamento violento. Sono persone che vengono descritte come aggressive dai familiari, mentre sono estremamente gioviali tra gli amici (ndr. visti dai soggetti come coloro che “procurano” l’alcool);
  • si ha irrigidimento e arresto delle capacità di nuove acquisizioni intellettive;
  • ipomnesie e amnesie di fatti recenti;
  • diminuzione dell’attenzione con impoverimento intellettivo.

Sulla base di questo progressivo decadimento delle “facoltà superiori” si instaurano delle complicanze quali: delirium tremens, l’allucinosi alcolica e il delirio di gelosia o paranoia alcolica:

  • Nel delirium tremens la persona è disorientata verso lo spazio, il tempo e la propria persona: non sa dove si trova, che giorno sia, non sa distinguere le sue parti del corpo. Si tratta di uno stato simil-oniroide con intensa attività psicomotoria, perché sono presenti allucinazioni visive di tipo microzooptico o lillipuziano che sono patognomoniche (ndr. l’alcolista vede vermi, scarafaggi delle loro reali dimensioni salire sul letto, percorrergli il corpo). Sono allucinazioni su base organica, il paziente crede davvero di vederli e si divincola x scacciarli quindi è in uno stato di profonda angoscia associata a febbre, pressione elevata, scompenso metabolico e cardiaco con disidratazione. Non si manifesta in soggetti che hanno bevuto troppo per una settimana, deve esserci un danno cerebrale.
  • Il delirio di gelosia, invece, è patognomonico dell’alcolismo cronico ed è tipico del maschio. Nonostante ci sia assenza di deterioramento intellettivo e di confusione mentale, l’alcolista è convinto che il coniuge lo tradisca, anche in modi assurdi (ad es. con il padre). L’alcool aumenta il suo desiderio sessuale ma riduce l’efficienza dell’erezione per cui i rapporti sono incompleti e insoddisfacenti con reazioni di collera verso il partner, tanto che il malato non accetta il rifiuto e accusa la controparte. Inoltre si hanno manie di controllo della “propria donna” che possono sfociare nello stalking.

I gruppi che, in Italia, si occupano di terapia di gruppo sono: il CAT (ndr. Centro Alcolisti in Trattamento) le quali “terapie” comprendono anche familiari, tecnici, medici e l’utilizzo di Antabuse; e gli Alcolisti Anonimi, un gruppo aiuto-aiuto, che rifiutano nel modo più assoluto l’intervento di un operatore sanitario, non “mescolano” i pazienti con i familiari e si basano sulla filosofia secondo la quale solo chi è passato attraverso l’alcol può aiutare un alcolista.

Abbiamo lasciato per ultima la domanda più “importante” e che più lettori si saranno posti: si può guarire dall’alcolismo?
Assolutamente si. Il trattamento è difficile, soprattutto se accompagnato dal rifiuto del paziente di ammettere il problema e si basa essenzialmente su terapie farmacologiche e psicologiche, accompagnate da una forte motivazione del soggetto e della sua famiglia.