A partire dalla scoperta della penicillina, avvenuta quasi 90 anni fa, gli antibiotici rappresentano armi di grade importanza tanto da essere considerati, dalla medicina moderna, il gold standard per il trattamento delle infezioni batteriche più diffuse. Negli anni l’OMS ha spesso messo in evidenza la crescente emergenza di batteri resistenti a tali farmaci che oggi rappresentano “una delle principali minacce per la salute pubblica”.
In questo panorama dalla Svizzera arriva una nuova scoperta: un team dell’Università di Berna ha evidenziato ed isolato delle molecole in grado di sequestrare le tossine batteriche, così da dare il tempo all’organismo di eradicare naturalmente l’infezione in atto.

Rappresentazione grafica della quantità di antibiotici prescritti nel mondo nel 2004.
Rappresentazione grafica della quantità di antibiotici prescritti nel mondo nel 2004.

Forse non lo sappiamo (ancora) ma l’Italia è il Paese europeo che detiene un primato alquanto insolito, e sicuramente non salutare: siamo i primi in Europa per il consumo anno di farmaci antibiotici. Ne prescriviamo o assumiamo davvero tanti, il doppio rispetto alla Germania e al Regno Unito e la quantità varia (ma di poco) a seconda della regione in cui viviamo: il record negativo lo detengono la Campania, la Calabria e la Puglia, mentre a Bolzano ed in Friuli Venezia Giulia se ne usano un po’ meno.
L’AIFA (ndr. Agenzia Italiana del Farmaco) stima che nell’ultimo anno più di una persona su due abbia seguito almeno una volta una terapia antibiotica, di questi il 3%  ha perfino utilizzato una molecola in formulazione iniettabile. Come per il cibo abbiamo le nostre preferenze: le più utilizzate sono ancora le penicilline, in seconda posizione troviamo macrolidi, e a seguire chinoloni e cefalosporine: in totale queste quattro categorie costituiscono da sole il 90% del consumo totale di farmaci antibiotici nel nostro Belpaese.

Proprio a causa di questo smoderato uso, non esclusivamente tipico dell’Italia, nel tempo sempre più microorganismi hanno sviluppato delle resistenze alle principali molecole antibiotiche in commercio. Negli ultimi anni si è assistito ad una corsa ad ostacoli: da un lato la farmacologia ha sempre sfoggiato nuovi composti con caratteristiche farmacodinamiche innovative in modo da colpire anche le specie ormai resistenti, dall’altro ceppi mutati di batteri sono sempre riusciti a sopravvivere grazie alla selezione naturale (o meglio artificiale) causata dalla nuove molecole, rendendo così vani, se non controproduttivi, tutti gli sforzi della ricerca.

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Grafico rappresentante i tipi di infezione più comuni trattate con antibiotici in Italia.

Di recente sempre più case farmaceutiche hanno investito moltissimo del loro budget al fine di trovare nuove molecole che potessero risolvere una volta per tutte il problema della pericolosa resistenza antibiotica: moltissime molecole sono state identificate, anche all’interno del mondo animale e vegetale, e sono in attesa di essere sperimentate per valutare la loro efficacia anche nel confronti delle specie batteriche che si stanno rivelando particolarmente difficili da contrastare con gli attuali mezzi in nostro possesso.
Per fortuna, la ricerca non si arresta mai: da pochissimi giorni l’Università di Berna, in Svizzera, ha pubblicato uno studio sulla rivista Nature Biotechnology riguardante l’utilizzo di una nuova sostanza costituita da nanoparticelle nella lotta contro i batteri.

I ricercatori del team svizzero, seguendo un nuovo approccio per il trattamento di questo tipo di infezioni, hanno sviluppato una particolare miscela composta da liposomi, strutture a base di fosfolipidi (ndr. gli stessi che compongono la membrana cellulare). Una volta introdotti nell’organismo, questi si comportano come una sorta di “esca” per le tossine batteriche che vengono sequestrate e neutralizzate; così facendo viene impedito a queste molecole, prodotte da alcuni microorganismi patogeni, di diffondersi ulteriormente all’interno del nostro corpo e quindi di causare danni che (spesso) conducono alla morte del paziente per “shock”.
Dai primi esperimenti su cavie, i ricercatori hanno evidenziato che topi in setticemia mortale (ndr. dovuta alla diffusione di batteri e tossine all’interno del sangue) trattati con il cocktail di liposomi entro 10 ore dall’inizio dell’infezione, sono sopravvissuti senza necessità di una terapia antibiotica aggiuntiva. 

liposoma
Rappresentazione grafica dell’assemblaggio e della struttura dei liposomi

In realtà l’utilizzo dei liposomi in medicina non è del tutto nuovo: capita che le formulazioni di particolari farmaci vengono “addizionate” con questi composti al fine di modificare le proprietà farmacocinetiche della molecola principale. Ad esempio la doxirubicina è un farmaco che possiede una forte cardiotossicità ma viene utilizzato frequentemente come chemioterapico per il trattamento della carcinoma dell’ovaio, della mammella, del mieloma multiplo e del sarcoma di Kaposi. Questo è possibile grazie alla somministrazione di doxirubicina liposomiale che permette di ridurre il danno al cuore e di aumentare l’emivita plasmatica del principio attivo di otto volte rispetto a quella in soluzione fisiologica, promuovendo l’accumulo a livello del tessuto tumorale.

In realtà non è tutto oro quello che luccica. A chiarirlo è la co-autrice dello studio Annette Draeger, che spiega come solamente alcune specie di patogeni (ndr. nello studio sono stati presi in considerazione lo Staffilococco Aureo e lo Streptococco Pneumoniae) siano produttori di esotossine e quindi siano trattabili con questa soluzione:

I liposomi non sono una sostanza battericida, ma potrebbero essere utilizzati terapeuticamente da soli o in combinazione con gli antibiotici per affrontare le infezioni batteriche e ridurre al minimo i danni ai tessuti indotti dalle tossine, che si verificano durante l’infezione. […] Abbiamo creato un’esca per le tossine batteriche e, dal momento che i batteri non sono bersagliati in maniera diretta, i liposomi non provocano lo sviluppo di nuove resistenze – dott. Annette Draeger.

Insomma la ricerca potrà andare avanti quanto vuole, ma è probabile che l’eterna lotta tra medicina e batteri sia davvero tale: senza fine e senza vincitori. Come diceva Bill Bryson nel suo libro “Breve storia di (quasi) tutto”:

“Poiché noi umani siamo creature abbastanza grandi e intelligenti da produrre e usare antibiotici e disinfettanti, ci autoconvinciamo facilmente di aver relegato i batteri ai margini dell’esistenza: be’, non contateci. I batteri non costruiscono città e non hanno una vita sociale molto interessante, questo è vero; ma quando il Sole esploderà, saranno ancora qui. Questo è il loro pianeta, e noi lo abitiamo solo perché loro ce lo consentono – Bill Bryson.

Fonti | Studio originale pubblicato su Nature Biotechnology