Jamaica's Usain Bolt and Jamaica's Yohan Blake compete in the men's 200m final at the athletics event during the London 2012 Olympic Games on August 9, 2012 in London. AFP PHOTO / JOHANNES EISELE

Guardando le olimpiadi, molti di noi si sono senz’altro chiesti perché quasi tutti i più forti corridori sulle lunghe distanze siano originari dell’Africa orientale,  i più forti sprinter sui 100 e 200 e metri originari dell’Africa occidentale e i nuotatori quasi esclusivamente bianchi.

Nello sport sembrano quindi esserci differenze reali nelle diverse capacità atletiche strettamente legate all’appartenenza etnica. Si tratta sicuramente di una questione difficile da trattare e con poche certezze tuttavia qualcosa si può dire.

Importantissima e doverosa precisazione: l’articolo ha l’obiettivo di fare una summa delle opinioni di scienziati e sociologi sulle differenze tra i vari atleti, prende distanza, fermamente, dal concetto di razza e ancora di più da quella buffonata che è il razzismo.

Negli anni ’30 la maggior parte dei giocatori di basket era di origine ebraica e già all’epoca si sosteneva che gli ebrei fossero maggiormente predisposti al basket per  il maggior equilibrio, la maggiore velocità, la vista migliore e  la loro “scaltrezza”. Ricordiamo inoltre che nella prima metà del ventesimo secolo le città statunitensi accolsero un’imponente ondata di emigrati ebrei. I tempi sono cambiati velocemente e oggi addirittura il 75% dei giocatori dell’NBA è costituito da afroamericani.

Come per gli ebrei negli anni ’30, anche nel 2014, sport come la boxe, il football e il basket rappresentano un via d’uscita da condizioni sociali precarie. Purtroppo negli U.S.A il numero di neri che vive sotto la soglia di povertà è molto maggiore di quello dei bianchi. Queste persone hanno inoltre un più difficile accesso a strutture come le piscine, o a sport considerati per “ricchi” quali golf o polo, categorie “dominate” dai bianchi.

Approfondiamo un altro fattore: non sono i neri o i bianchi in generale ad emergere nelle discipline sportive, molto spesso si tratta di gruppi etnici ancora più ristretti. Nella maratona e nella corsa sulle lunghe distanze, per esempio, non sono tanto gli Africani orientali a emergere, ed anche dire i Keniani sarebbe troppo lato; è più corretto parlare di persone che provengono da una piccola regione della Rift Valley, denominata Nandi, e da una tribù in particolare, di 4,4 milioni di persone (il Kenya ne ha oltre 40) chiamata Kalenjin.

Venendo alla questione dei primatisti nei 100 metri piani, si può fare un’analisi simile. Nei 100 metri non sono tanto gli afroamericani ad emergere, quanto i Giamaicani: in Giamaica, guarda caso, la corsa sulle brevi distanze è uno degli sport nazionali. Un po’ come il calcio da noi.

Sembra evidente quindi, basandoci su questi argomenti, che l’origine sociale e l’ambiente culturale in cui si vive, così come la necessità ed il tentativo di riscatto nello sport, siano alla base dei diversi risultati sportivi delle varie etnie.

Un altro importante fattore, che viene considerato più frequentemente, è che tra le popolazioni nere e quelle bianche vi sia una diversità nelle caratteristiche fisiche, riconducibile a una diversità nel patrimonio genetico.

Una delle teorie più diffuse nel mondo sostiene che durante gli anni della schiavitù le deportazioni abbiano selezionato gruppi di individui più forti e resistenti alle malattie, e che questo abbia dato origine alle differenze fisiche e sportive.  In realtà questa teoria è assurda: i geni della resistenza alle malattie che potrebbero essere stati selezionati durante le deportazioni  (che dal punto di vista strettamente biologico-genetico sono durate un tempo eccezionalmente breve, appena 4 o 5 generazioni) non sembrano avere nulla a che fare con quelli che danno la forza esplosiva nelle gambe o che hanno a che fare con la velocità.

Altre ricerche hanno avanzato un’altra possibilità: la diversa composizione delle fibre muscolari tra le popolazioni dell’Africa occidentale rispetto a quelle del resto del mondo. In particolare, secondo queste ricerche, nell’Africa occidentale ci sarebbe una maggior percentuale di fibre muscolari a contrazione veloce, o fibre bianche, uno dei due tipi principali di fibra muscolare. Le fibre bianche si contraggono rapidamente, ma sono poco resistenti alla fatica, al contrario invece delle fibre rosse (quelle più sollecitate da un maratoneta). Questi muscoli sarebbero quindi più utili nelle gare di velocità ma svantaggiati in quelle di resistenza.

In modo speculare, altre ricerche hanno provato a dimostrare la presenza di caratteristiche particolari nelle popolazioni dell’Africa orientale: più enzimi produttori di energia nei muscoli, un processo di ossigenazione del sangue più efficiente,una maggior percentuale di fibre rosse nei muscoli, gambe più lunghe e una maggiore capacità polmonare. Tutte caratteristiche che permettono di raggiungere alti livelli nelle maratone!

Allo stesso modo i bianchi avrebbero un vantaggio nel nuoto grazie alla loro minore densità ossea e alla maggiore quantità di tessuto adiposo, che permette loro di galleggiare meglio.

In conclusione, la predominanza di una particolare etnia in una qualche disciplina è un fenomeno storico, le differenze fisiche potrebbero esserci ma nessuno le ha ancora provate in maniera incontrovertibile, e francamente le motivazioni sociali paiono essere più convincenti.

Se osserviamo il medagliere di Londra 2012, al primo posto non vi è un paese africano, né occidentale, ma il paese con il maggior sviluppo economico del mondo e che fino a poco edizioni fa vinceva pochissimo: nel 1988 era all’undicesimo posto del medagliere, nel 2000 era al terzo, oggi è al primo. Tenetelo a mente, quando uscirà il primo articolo sulla predisposizione genetica dei cinesi per i tuffi.