I ricercatori dell’Università autonoma de La Coruña e dell’ospedale La Paz di Madrid hanno studiato circa 300 pazienti che negli anni precedenti avevano subito accidenti cardiovascolari rilevando che chi ha una piega di 45° sul lobo dell’orecchio corre un alto rischio di soffrire di infarti e/o ictus. La “scoperta” non è nuova, esistono infatti articoli a riguardo datati 1974, ma è stata ripresentata al Congresso di cardiologia spagnolo poche settimane fa.

Segno di Frank: cresta con angelo di 45° sul lobo dell'orecchio
Segno di Frank: cresta con angelo di 45° sul lobo dell’orecchio

Pochi sono a conoscenza che il segno di Frank, una piega diagonale sul lobo dell’orecchio, è stata correlato ad una maggiore incidenza di patologie cardiovascolari gravi e di diabete. E non stiamo parlando di analisi statistiche in stile “le Iene” oppure “Focus”.
Il primo studio che si interessò a questa correlazione è americano e fu pubblicato sul New England Journal of Medicine nel marzo del 1974. A sostegno di quella che all’epoca era classificabile quasi come un’intuizione, i ricercatori statunitensi studiarono 531 pazienti: di questi circa il 50% presentava l’alterazione nella forma del lobo e, guarda caso, avevano avuto tutti dei problemi cardiovascolari nei mesi precedenti all’analisi. Nonostante nel gruppo di controllo, composto da poco meno di 400 soggetti, la percentuale di coloro che avessero avuto patologie accertata al sistema cardiovascolare era poco meno del 30%; all’epoca gli studiosi d’oltreoceano sottolinearono come la differenza fosse statisticamente significativa, ponendo le basi per tutte le ricerche future.

Agli inizi degli anni ’90 risale invece uno studio inglese condotto nell’ospedale di Brighton su 303 cadaveri di ambo i sessi, con un’età media alla morte di 72 anni e deceduti per varie cause cardiovascolari: cardiopatia ischemica, ipertensione o rottura dell’aneurisma dell’aorta addominale e toracica. Si evidenziò che il 72% dei soggetti maschili e il 67% di quelli femminili presentavano il segno di Frank, mentre il 90% di tutti i defunti, prima della morte, avevano una storia clinica che accertava comunque la presenza di patologie vascolari.
Proprio per questi motivi, anche in questo caso, gli autori stabilirono che ci fosse una certa correlazione statistica tra il segno di Frank e la possibilità di sviluppare delle patologie gravi al sistema cardiocircolatorio, in particolare qualora fossero presenti altri fattori di rischio come ipercolesterolemia, fumo o diabete.

Risale ad inizio novembre di quest’anno l’ultimo studio presentato ufficialmente durante il Congresso di Cardiologia spagnolo tenutosi a Madrid. A condurlo sono stati i ricercatori dell’Università autonoma de “La Coruña” assistiti dai medici dell’ospedale “La Paz” di Madrid che hanno raccolto i danni di poco più di 300 pazienti per riscontrare, anche una volta, la correlazione tra la cresta al loro dell’orecchio è l’aumentata probabilità (di circa il 30%) di sviluppare patologie quali ictus, infarto del miocardiocoronaropatie, aterosclerosi, trombosi venose, ipertrofia ventricolare ed aneurismi aortici.

Esteban Lopez de Sà, medico dell’ospedale di Madrid e co-autore di quest’ultimo studio, è convinto che la propria scoperta sia rivoluzionaria:

“In questo modo basta una semplice visita dal medico di base per sapere se si corre il rischio di malattie cardiovascolari. Ovviamente non vogliamo creare allarmismi, ma i controlli sono necessari per scoprire se si è soggetti a ipertensione, diabete o ipercolesterolemia, patologie che non vanno sottovalutate in quanto possono portare a malattie cardiovascolari ben più gravi” – dott. Esteban Lopez de Sà

Qualora questi dati venissero definitivamente confermati da altre analisi, sarebbe innegabile la loro utilità durante un esame obiettivo classico che perfino il medico “di famiglia” potrebbe compiere al fine di etichettare il paziente in una categoria a rischio, suggerendogli prima di modificare il proprio stile di vita e poi, qualora questo non fosse sufficiente alla riduzione del rischio cardiovascolare, prescrivendo una terapia farmacologica a base di statine, beta-bloccanti, ACE inibitori o calcio-antagonisti.

Quali i principali fattori che rientrano nel calcolo del rischio cardiovascolare globale?

Dobbiamo prima di tutto fare una differenziazione tra fattori modificabili ed immodificabili, di quest’ultimi fanno parte:

  • il sesso: in quanto gli uomini sono più predisposti allo sviluppo di queste patologie a causa della protezione offerta alle donne dagli estrogeni durante il periodo pre-menopausale
  • l’età: l’aumentare dell’età del paziente è un fattore importante, ma purtroppo immodificabile, nel calcolo complessivo
  • la genetica (detta anche familiarità): sono stati individuate sia varie mutazioni dei geni che codificano per la parte proteica delle apolipoproteine (LDL, HDL) sia polimorfismi del DNA che predispongo i soggetti appartenenti ad una stessa famiglia allo sviluppo di diabete, ipercolesterolemia ed ipertensione

Quando invece ci riferiamo ai fattori di rischio modificabili intendiamo comportamenti che sono suscettibili di modifica mediante variazioni dell’alimentazione, dello stile di vita, o interventi farmacologici, quali:

  • la dislipidemia: elevati livelli di colesterolo totale, bassi livelli di HDL e alti livelli di LDL sono particolarmente pericolosi specialmente nei pazienti che hanno già sperimentato problemi quali ictus o infarto
  • l’ipertesione: l’aumento della presione arteriosa predispone a danni della parete endoteliale dei vasi che in ultima analisi possono portare alla formazione di placche ateroscletotiche
  • il diabete: i prodotti di glicosilazione avanzata (AGEs) sono una delle principali cause della formazione della placca ateromatosica sotto la membrana endoteliale dei vasi
  • l’obesità: il tessuto adiposo è da tempo considerato non più un semplice “magazzino” dei grassi ma un vero e proprio organo endocrino che rilascia periodicamente all’interno dell’organismo fattori quali il TNF-alpha, una citochina pro-infiammatoria che danneggia organi e tessuti
  • il fumo: l’aumento dell’attività cardiaca, l’innalzamento dei livelli pressori e la stimolazione gangliare indotta dalla nicotina sono i principali danni che l’utilizzo di tabacco causa sul nostra organismo
  • la sedentarietà: il tessuto muscolare deve essere “abituato” a funzionare così da bruciare grassi anche durante i periodi di riposo e ridurre quindi la loro quantità di circolo. In quest’ottica la sedentarietà causa l’impossibilità dei muscoli di svolgere questa importante funzione

Inoltre, negli ultimi tempi, siamo in grado di prendere in considerazione anche i cosiddetti fattori emergenti. Di questi fanno parte l’omocisteinemia plasmatica, le alterazioni della coagulazione e della fibrinolisi e i marcatori infiammatori che vengono sempre più spesso analizzati soprattutto nei pazienti in prevenzione secondaria (ovvero quando si è già verificato un evento cardiovascolare serio).

Fonte: Articolo del 1974 | Articolo del 1989