L’emofilia è una malattia che colpisce 1 soggetto su 10000, specialmente il sesso maschile. La manifestazione clinica più importante nei soggetti emofilici è la tendenza al sanguinamento, cioè all’emorragia, a volte anche spontanea. Considerato che il fattore scatenante è di origine genetico, la gravità della sintomatologia dipende proprio dal tipo di mutazione che subisce una regione specifica del nostro DNA. In particolar modo, i geni colpiti da questi eventi mutazionali si trovano sul cromosoma X e sono quelli che codificano per la sintesi da parte del fegato di proteine importanti nel processo di coagulazione, fondamentale nel blocco dell’emorragia e nella riparazione delle ferite.

Distingueremo, perciò, due forme di emofilia, a seconda della proteina alterata: emofilia di tipo A, quando il deficit riguarda il fattore VIII, ed emofilia di tipo B se è carente il fattore IX. In entrambi questi casi, sarà fortemente compromesso il processo della coagulazione che, normalmente, avviene come una “cascata” di reazioni secondo un ordine preciso ed ordinato; se, però, due elementi di questa cascata sono alterati, chiaramente ne deriva una riduzione della funzionalità dell’intero processo, e questo rende ragione della difficoltà ad arrestare la perdita di sangue. Per questo motivo, in tutti i casi sintomatici osserveremo ecchimosi, emorragie copiose (dopo traumi importanti o in seguito ad interventi chirurgici) ed emorragie apparentemente spontanee, in realtà legate a microtraumi, specie nelle zone maggiormente suscettibili.

Attualmente, la terapia somministrata a questi soggetti consiste nell’infusione del fattore mancante, l’VIII o il IX a seconda dei casi, specialmente in forma di fattore ricombinante, ovvero sintetizzato in laboratorio. Ma, recentemente, i ricercatori dell’Università “Vita e Salute- San Raffaele” di Milano hanno ipotizzato e sperimentato una terapia genica per curare l’emofilia. Qualsiasi terapia genica ha l’obiettivo di inserire il gene alterato, cioè la sequenza di DNA mutata, nelle cellule di un paziente affetto da una malattia a trasmissione genetica, ma, purtroppo, questo procedimento non è affatto semplice e rapido. I risultati ottenuti dalla sperimentazione sugli animali, però, sono stati fruttuosi: il vantaggio consiste nell’aver impiegato una particolare famiglia di virus, detti lentivirus, capaci di sfuggire al sistema immunitario dell’individuo e di replicarsi molto lentamente.

Nel virus, privato del proprio materiale genetico, viene inserito artificialmente il tratto di DNA codificante per la proteina difettosa: è stato ottenuto, in questo modo, il cosiddetto vettore. Quest’ultimo viene inoculato nelle cellule bersaglio, in questo caso negli epatociti del cane. La ricerca in questione è stata condotta su cani affetti da emofilia B, nei quali è stato inoculato un lentivirus modificato contenente il gene codificante per il fattore IX. Dopo anni di trattamento, è stato osservato in questi cani una riduzione degli episodi emorragici; successivamente, per confermare l’avvenuta produzione del suddetto fattore di coagulazione da parte del fegato, è stata effettuata una biopsia epatica.

La ricerca è stata poi estesa anche ai topi, che hanno un comportamento molecolare molto simile a quello dell’uomo, e, anche in questi modelli animali, non si sono sviluppate mutazioni che favoriscono l’evoluzione in senso neoplastico delle cellule bersaglio del vettore, né ci sono stati altri effetti patologici e deleteri.

Senza dubbio, questo lavoro rappresenta un importante passo in avanti per la cura dell’emofilia nell’uomo, e potrebbe aprire le porte per il trattamento di altre patologie genetiche.