L’osteosarcoma è un tumore maligno primitivo dell’osso che colpisce le cellule mesenchimali produttrici di sostanza osteoide. Viene alterata la normale architettura del tessuto, portando in alcuni casi a fratture patologiche che ne consentono la diagnosi.
Rappresenta la più frequente neoplasia maligna dell’apparato scheletrico in età pediatrica e adolescenziale e può colpire qualsiasi segmento osseo, ma tende soprattutto a essere a carico delle ossa con un tasso di crescita maggiore. Proprio per questo motivo spesso origina nelle regioni metafisarie delle ossa lunghe, come femore, tibia e omero prossimale. Non sono però escluse anche altre sedi come la mandibola (soprattutto negli anziani) il bacino e le vertebre, dove la prognosi è peggiore.

L’unica causa certa per l’insorgenza di osteosarcoma è rappresentata dall’esposizione massiva a radiazioni, mentre traumi precedenti non influenzano assolutamente la presenza della malattia. Sono state riscontrate mutazioni ricorrenti a carico di geni oncosoppressori come p53 e RB-1 e il trattamento prevede l’utilizzo combinato di chemioterapia e chirurgia, con una probabilità di guarigione stimata intorno al 70%. In passato si era “obbligati” a ricorrere ad importanti amputazioni mentre oggi si cerca il più possibile di effettuare interventi conservativi, ricorrendo all’uso di innesti ossei o di protesi. Per ossa quali femore, omero e tibia per esempio, vengono regolarmente effettuati interventi di chirurgia ricostruttiva in caso di patologia neoplastica ma anche per traumi.

La “soluzione italiana” all’osteosarcoma

A Torino quasi un anno fa viene fatta diagnosi di osteosarcoma inoperabile al bacino a un ragazzo di 17 anni che si sottopone a ben 16 cicli di chemioterapia, senza ottenere i risultati sperati. L’equipe medica allora decide di provare una nuova strategia: rimuovere il tessuto neoplastico e sostituirlo con una protesi, protocollo terapeutico standard se non fosse che si tratta proprio di un bacino.
Partendo dalle immagini di una TAC del bacino del ragazzo, i chirurghi ortopedici del Centro Traumatologico Ortopedico di Torino sono riusciti a creare un modello tridimensionale dell’osso.
I dati così ottenuti sono stati inviati negli Stati Uniti ad un’azienda che ha creato un emibacino in titanio. La protesi è stata poi rivestita con tantalio, un materiale che favorisce l’integrazione con le ossa umane.

Il ragazzo si è sottoposto al lungo intervento (della durata di quasi 12 ore) lo scorso 24 febbraio: prima è stato rimosso l’emibacino affetto dall’osteosarcoma e poi sostituito con la protesi di fattura statunitense. Dopo quasi un mese possiamo dire che l’intervento è riuscito e il ragazzo sta bene, dovrà però affrontare un percorso riabilitativo per recuperare il giusto movimento delle gambe. È il primo trapianto di bacino al mondo, ed è stato effettuato proprio in Italia!

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