Pochi crederebbero che nel bel mezzo del deserto possa esserci il centro d’avanguardia mondiale per una delle più grandi sfide della scienza del XXI° secolo: portare di nuovo in vita i defunti. Eppure in Arizona, precisamente ad Alcor, sorge la “Alcor life extention foundation”, l’istituto mondiale più all’ avanguardia in tema di criopreservazione.

La criopreservazione postmortem è una pratica scientifica molto dibattuta negli ultimi anni poiché si è trasformata lentamente in una tecnica di preservazione dei corpi a tempo indeterminato in attesa di un eventuale recupero negli anni a venire quando si spera che le conoscenze mediche siano abbastanza all’ avanguardia per permettere a quei corpi di iniziare una nuova vita.

La tecnica di criopreservazione è abbastanza consolidata e attualmente è routinaria per la criostasi degli spermatozoi o degli ovuli espiantati a scopo preventivo nei soggetti sottoposti a trattamenti altamente citotossici quali radio o chemioterapia. Consiste nell’immersione del campione in azoto liquido ad una temperatura di -196°C con shock termico istantaneo impedendo o rallentando all’estremo tutti i meccanismo di degenerazione cellulare anossica che normalmente innescano i processi putrefattivi con il vantaggio però di non passare per la fase di congelamento con formazione di cristalli d’acqua che sfalderebbero i microtessuti

Negli ultimissimi anni però, come testimoniato da film fantascientifici come Prometheus o Interstellar, la criopreservazione è stata proposta come una possibile tecnica di induzione di un’animazione sospesa in particolar modo per tutti quei soggetti che potrebbero beneficiare di una ibernazione a tempo indeterminatoe sofferenti di patologie degenerative non curabili. Una sorta di macchina del tempo che consentirebbe ai malati di poter essere curati in epoche future.
Un approccio futuristico quindi, per certi versi quasi improbabile, ma che invece sta trovando largo eco tra alcune ricche famiglie che decidono di ibernare tramite alcune foundation (come quella di Alcon in Arizona) nell’immediato post mortem se stessi o parenti stretti in attesa di un intervento futuro

E’ proprio quanto accaduto alla piccola Matheryn Naovaratpong, bimba thailandese di 2 anni che è stata dichiarata morta l’8 gennaio 2015 ed ibernata subito dopo per volere dei genitori presso il centro di Alcor. Matheryn è la più giovane paziente mai trattata, la 134esima nel mondo e la prima dall’Asia. Matheryn era affetta da una rara forma di tumore al cervello, l’ependimoblastoma, una malattia aggressiva e mortale con poche speranze di sopravvivenza. I suoi genitori, entrambi ingegneri, hanno tentato in tutti i modi di farla curare, anche con massicce dosi di chemioterapia, radioterapia e 12 interventi chirurgici. Quando è diventato chiaro che la bimba aveva poche settimane di vita, hanno optato per la crioconservazione del suo cervello e del suo corpo. I medici specialisti della Alcor si sono recati in Thailandia e dopo che la piccola è stata dichiarata morta hanno proceduto con l’adeguata preparazione: il corpo e il cervello di Matheryn sono stati sistemati in una cella portatile con ghiaccio secco appositamente preparato e mantenuto a -79° Poi, il trasporto in America, con l’arrivo all’aeroporto di Los Angeles. Ora, la bimba si trova in Arizona, conservata a -196°C.

I genitori hanno scelto l’ibernazione perché sperano che un giorno la scienza consenta di riportare in vita la loro figlia. Anche il giocatore di baseball Ted Williams e suo figlio John Henry sono ‘conservati’ al centro Alcor. Secondo il ‘Daily Mail’ il costo di questa operazione può arrivare a 200.000 dollari

La piccola thailandese non è la prima persona ad essere ibernata: nel mondo sono infatti sono già 133 le persone sottoposte a questa procedure di congelamento del corpo, con la speranza che un giorno potranno risvegliarsi e tornare in vita.  Nonostante l’operazione richieda costi elevatissimi (fra i 150 ed i 200 mila dollari), sta diventando sempre più diffusa, seppur ancora non ci sono certezze scientifiche sulla possibilità che si possa far tornare in vita dei corpi ibernati, e ciò non può che essere sintomo che la popolazione mondiale ripone fiducia nei progressi della scienza e i suoi futuri sviluppi su qualcosa che ad oggi, rimane solo fantascienza

Difatti in definitiva nessuno può dare alcuna certezza riguardo l’utilità di una crioconservazione post mortem ai fini di una rianimazione del corpo né esistono ad oggi dati scientifici di successi su animali da esperimento. Insomma si tratta di un azzardo e di una scommessa che valica i confini del tempo e della fantasia e che forse un giorno, qualora si rivelasse funzionare, potrebbe trovare moltissime applicazioni in ambito medico oppure spaziale come ci ha già dimostrato Hollywood nelle sue innumerevoli pellicole ove astronauti impegnati in missioni a distanze spaziali intergalattiche vengono ibernati per diversi anni di viaggio nella navicella fino all’ arrivo alla destinazione.

Sogno o realtà? Non possiamo saperlo, ma un domani potremmo dire di averci provato.