Medicina difensiva: quando il medico ha paura del proprio paziente

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Molti sono gli anni di tempo (dieci, per l’esattezza) a disposizione dell’utente sanitario per denunciare e richiedere danni materiali e morali ad uno specialista, chirurgo o azienda sanitaria nel caso in cui si ritenga di essere stati curati male.

Questo è ben risaputo per la maggior parte della popolazione, costantemente aggiornata attraverso campagne pubblicitarie mirate da parte di studi legali il cui maggior profitto risulta essere individuabile nella gestione di cause di risarcimento per prestazioni sanitarie con esito negativo.

Da una ricerca sulla medicina difensiva commissionata dall’ordine dei medici di Roma è emerso che circa il 70% dei medici è ricorso almeno una volta alla medicina difensiva. I più coinvolti dal fenomeno sono i medici degli ospedali pubblici, in particolar modo i medici di pronto soccorso, gli ortopedici e i ginecologi.

«Questa situazione sta diventando sempre più insostenibile e pericolosa. Non solo per i medici, ma per i pazienti e per tutto il Paese.»

Questa la dichiarazione del dr. Maurizio Maggiorotti, chirurgo ortopedico, presidente di AMAMI (Associazione Medici Ingiustamente Accusati di Malpractice) in un’intervista effettuata lo scorso febbraio, in occasione dell’uscita dello spot “Medici, pazienti e avvoltoi.” sulle reti televisive nazionali e su internet, ottenendo il patrocinio del Ministero della Sanità.

Ma cos’è questa tanto diffusa mediaticamente medicina difensiva?

In termini semplici, la medicina difensiva è la scelta di un medico di mettere in pratica scelte tecniche condizionate più da cautela giurisprudenziale che da un reale convincimento scientifico. E questo, quando c’è una legge precisa (art. 40 del
Codice Penale) che afferma “..non evitare un evento equivale a cagionarlo..”, Si riversa in maniera naturalmente giustificabile con una serie di conseguenze sulla qualità del rapporto medico/paziente.

Questo rapporto viene così gravato da una condizione di tensione, incrementata dalla presenza costante di una possibilità del medico di essere citato a giudizio. Potrebbe infatti questo ritrovarsi al banco di un tribunale per non aver fatto, ad esempio, una risonanza e altri esami attinenti ad una determinata patologia, nonostante tale procedura venga da lui ritenuta inutile, con un esito di tali esami molto probabilmente negativo. Tutto questo per far sì che un eventuale citazione a giudizio non abbia fondamenta solide, portando così il medico a non poter essere accusato di alcuna negligenza o superficialità.

La situazione nel complesso porta costi sociali elevatissimi, distrarendo le risorse economiche da un’adeguata gestione dell’assistenza sanitaria. I costi per lo Stato infatti sono esorbitanti, con cifre che superano le centinaia di milioni di euro.

Ma è davvero utile indirizzare una mole spropositata di fondi economici, che potrebbero essere destinati ad un miglioramento dei servizi del S.S.N., per la risoluzione di problematiche causate proprio da una gestione sbagliata dei fondi del S.S.N.?

Pensateci prima di fare gli avvoltoi.

Fonti | http://www.associazioneamami.it/