Com’è trascorrere la propria vita all’interno di una bolla di plastica senza poter avere contatti dirette con l’esterno? Poter toccare la propria mamma solo all’età di 12 anni, quando ormai non c’è più niente da fare. Questo era il destino dei bambini affetti da immunodeficienza combinata grave (SCID) prima dell’avvento delle terapie. Uno studio condotto all’ospedale Necker per bambini di Parigi mette a confronto per la prima volta il trapianto di cellule staminali con la terapia genica per la cura di questa rara malattia genetica.

Era il 21 settembre 1971 quando Carol Ann Vetter, dopo un taglio cesareo pianificato meticolosamente, partorì David Philip Vetter. Come suo fratello prima di lui, questo bambino era affetto da una rara malattia genetica: l’immunodeficienza combinata grave legata al cromosoma X (SCID-X1). David fu esposto al mondo per meno di 20 secondi, dopodiché fu introdotto in isolatori sterili che furono la sua casa per tutta la vita. La bolla di plastica in cui passò la maggior parte del suo tempo, sopperiva al fatto che non aveva un sistema immunitario che lo difendesse dagli agenti patogeni. Quando doveva uscire dalla bolla isolatrice, doveva farlo come un uomo nello spazio, indossando una tuta progettata dalla NASA. Il 29 luglio 1977 David attraversò un tunnel isolato, e come un uomo che mette i piedi su un nuovo pianeta, si fece strada nello spazio al di fuori della bolla. Quando aveva 12 anni ai genitori fu proposta la possibilità di un trapianto di midollo osseo da donatore non perfettamente compatibile. Dopo l’intervento uscì dalla bolla di plastica senza tuta spaziale e gli fu permesso di sentire per la prima volta gli odori del mondo esterno, per la prima volta percepì il contatto della pelle di sua mamma. Tuttavia il trapianto non ebbe il successo sperato e David morì a causa di un linfoma provocato dal virus di Epstein-Barr. L’immunodeficienza di cui era malato questo bambino esordisce nei primi mesi di vita e se non viene trattata causa la morte entro il primo anno di vita. I sintomi più comuni sono gravi infezioni virali, batteriche, fungine e da patogeni opportunistici che possono risultare letali. Si aggiungono frequentemente ritardo di crescita e diarrea cronica. A livello immunologico la malattia è caratterizzata da un mancato sviluppo del sistema immunitario: sono assenti i linfociti T e i linfociti NK, mentre si può rilevare un numero aumentato di linfociti B. La SCID-X1 è causata da una mutazione nel gene IL2RG, situato nel cromosoma X. Questo gene codifica per la catena gamma del recettore dell’interleuchina 2, coinvolto nella maturazione cellulare, nello sviluppo e nell’attivazione delle cellule del sistema immunitario. Come in tutte le patologie con ereditarietà legata al cromosoma X, la maggior parte degli individui affetti sono maschi, mentre le femmine sono portatrici sane. Lo studio condotto all’ospedale Necker per bambini di Parigi mette per la prima volta a confronto due approcci terapeutici per la cura della SCID: il trapianto di cellule staminali ematopoietiche da donatore aploidentico e la terapia genica. Il primo approccio consiste essenzialmente nel sostituire il midollo osseo di una persona malata con quello di una persona sana. Le cellule ad essere trapiantate sono le cellule staminali ematopoietiche di un donatore parzialmente compatibile, che possono cominciare nel ricevente del trapianto lo sviluppo di un sistema immunitario. Idealmente il trapianto dovrebbe essere svolto tra persone con HLA identico, con un tessuto perfettamente compatibile. Tuttavia negli anni sono state messe a punto delle procedure che permettono il trapianto da donatori parzialmente compatibili (per esempio i genitori). Questo tipo di trapianto può causare una grave risposta immunitaria, detta Graft versus Host Disease (GvHD), in cui il sistema immunitario del donatore attacca i tessuti del ricevente. Il secondo approccio, la terapia genica, ha come obiettivo invece di riparare le mutazioni genetiche inserendo il gene non alterato nel genoma del bambino malato. Si sfrutta la capacità dei virus di inserire geni nel materiale genetico umano. I geni che fanno del virus un agente patogeno vengono rimossi e viene inserita una copia sana del gene che deve essere riparato. Questo approccio crea un cambiamento permanente ma in rari casi può avere delle complicazioni. Il gene potrebbe essere incorporato in una posizione non corretta, attivando altri geni che inducono uno sviluppo alterato di globuli bianchi. I pazienti in cui avviene questo inserimento anomalo possono sviluppare la leucemia. Negli ultimi anni questo effetto indesiderato è stato ridotto con l’impiego di vettori virali più stabili. Nello studio, pubblicato nel Blood Journal della American Society of Hematology, sono stati presi in considerazione 27 bambini affetti da SCID-X1. Su 13 è stato praticato l’approccio più tradizionale, il trapianto di cellule staminali da donatore parzialmente compatibile, con un follow up medio di 6 anni. Sui restanti 14 bambini è stato messo in atto l’approccio della terapia genica, con un follow up medio di 12 anni. Nella comparazione dei due approcci sono stati presi in considerazione diversi fattori: lo sviluppo dei linfociti T, il numero di infezioni e la frequenza delle ospedalizzazioni. I risultati sono stati molto positivi per la terapia genica. Dopo i primi sei mesi di terapia, la conta dei linfociti T aveva raggiunto livelli normali per l’età del bambino in più dei 3/4 (78%) dei pazienti, contrapposto al 26 % dei pazienti trattati con trapianto di cellule staminali. Lo sviluppo del sistema immunitario è stato quindi più veloce nei bambini sottoposti a terapia genica. Questo approccio terapeutico sembra essere inoltre associato ad una risoluzione più veloce di infezioni opportunistiche e ad un numero considerevolmente minore di ospedalizzazioni correlate ad infezioni. Lo studio suggerisce che la terapia genica può aiutare questi bambini a difendersi dalle infezioni più velocemente rispetto al trapianto. Un risultato positivo per un approccio di cura alle malattie genetiche che è stato a lungo un sogno ostacolato da complicazioni e fallimenti. Molti bambini ora possono fare il loro primo passo attraverso la bolla di plastica. Come fece David a 6 anni, si possono avventurare al di fuori dello strato di plastica, ma non hanno bisogno di una tuta spaziale per farlo. Possono finalmente sentire la terra sotto i loro piedi senza la paura di contrarre un infezione letale.