Ce ne sono già più di 90 in tutto il mondo: le stanze del buco, anche dette narcosale, sono luoghi a disposizione dei tossicodipendenti che vogliono fumare o iniettarsi dosi di cocaina ed eroina in buon condizioni igieniche e sotto la supervisione di medici ed infermieri che controllano che non ci siano complicazione. La prima è stata aperta in Svizzera nel 1986 e da allora queste realtà si sono diffuse in tutta Europa. Rappresentano un metodo “sicuro” e low-cost per ridurre le tensioni sociali nei quartieri dove gli abitanti devono convivere con la realtà di coloro che scelgono di drogarsi.

Dal titolo scommetterei che qualche ragazzo, particolarmente avvezzo a frequentare siti pornografici, abbia pensato che il tema di questo articolo abbia qualcosa a che vedere con quelli che vengono definiti in gergo “gloryholes”. Nelle stanze del buco non viene praticata alcune forma di sesso ma, se vi può consolare, in questi luoghi girano delle grosse quantità di droga ogni giorno.
La Svizzera ha fatto da apripista: era il 1986. Da allora in tutto il mondo sono state avviate più di 90 strutture di questo tipo, 80 delle quali si trovano in Europa. Ai danesi è piaciuta così tanto l’idea che nel 2012 l’imprenditore Michael Lidberg Olsen, al fine di scuotere l’opinione pubblica e sollecitare un intervento del governo, finanziò personalmente la prima stanza del buco “mobile”: un furgone all’interno del quale i tossicodipendenti potevano trovare assistenza sanitaria prima, durante e dopo aver consumato una dose. Olsen si è spinto anche oltre: dal 2013 finanzia una rivista culturale sulle droghe (“Illegal!”) le cui copie vengono vendute dai tossicodipendenti per le strade di Copenhagen permettendo loro di tenerne i profitti.
Oltre oceano invece, gli Stati Uniti, si sono sempre dichiarati contrari all’apertura delle narcosale e infatti (almeno ufficialmente) sul territorio americano non ne è presente neppure una.

Uno studio condotto nel 2011 a Vancouver, e pubblicato sulla rivista “The Lancet”, ha evidenziato come nei quartieri limitrofi alle stanze del buco fossero diminuite sensibilmente le iniezioni fatte per strada e calato di più del 50% il tasso di mortalità per overdose.
Effettivamente i tossicodipendenti sono “invogliati” a consumare le dosi (che devono essersi procurati in maniera autonoma) in questi luoghi dove, insieme all’assistenza di cui potrebbero avere bisogno, trovano anche delle piccole cabine provviste di lampade, scrivania, kit per iniezione sterile e talvolta tavole anatomiche che permettono di individuare correttamente le vene da utilizzare; qualora si andasse in overdose, il personale sanitario lì presente può intervenire repentinamente al fine di invertire questa condizione.

Nelle narcosale europee non si trovano solamente consumatori di sostante iniettabili. Martin Jensen, un cittadino danese che spesso si reca in questi luoghi per fumare dell’eroina, sottolinea che spesso molti drogati vanno lì anche per sentirsi al sicuro dalle persone che potrebbero incontrare per strada quando sono “fatti”: “Qualche anno fa io e un mio amico eravamo soliti nasconderci nelle trombe delle scale o negli ascensore per fumare eroina. Un giorno, dopo aver fumato, lui si era messo a dormire. A quel punto gli si sono avvicinati dei tizi che gli hanno cosparso la testa di benzina e hanno appiccato il fuoco lasciandolo lì a morire mentre lui era fuori di sé a causa della droga” – (Martin Jensen)

Nella realtà delle grandi capitali e metropoli europee, dove negli ultimi anni c’è stato una aumento del consumo di droghe pesanti, è impossibile non tenere presente che nei “quartieri dello spaccio” gli abitanti siano stufi di dover convivere con siringhe rinvenute per strada o nei parchi e furti o rapine messi in atto da coloro che vogliono racimolare qualche soldo per comprarsi la dose successiva. Nessuno di noi vuole giustificare questi atti barbarici, ma bisogna ammettere che non ci vuole il mago Otelma per capire che, quando la tensione sociale tra i tossicodipendenti e coloro che non lo sono aumenta, la situazione degenera in modi imprevedibili ed episodi come questo ne sono l’esempio.
In quest’ottica l’istituzione di narcosale potrebbe aiutare anche a prevenire questi conflitti, oltre che alla diffusione di patologie infettive come l’AIDS e le epatiti.

Il caso italiano

Negli ultimi tempi il governo francese ha spinto sull’acceleratore, grazie anche al sostengo del presidente Francois Hollande, al fine di aprire una “salle de shoot” anche a Parigi. Non si sa ancora né entro quanto sarà completamente funzionante né dove sarà situata, ma per adesso è noto solamente che è stata data l’approvazione del governo.
Sul fronte italiano le polemiche non mancano: se ne parla da anni ma senza nessuna decisione effettiva. Lo scorso anno gli animi si riaccesero per più di una settimana quando, a Prato, un bambino frequentante la scuola dell’infanzia di via Caduti di Cefalonia si ferì con un siringa mentre giocava in un giardino adiacente all’asilo. Mentre il piccolo, insieme ad alcuni amici, fu trasportato subito in ospedale, fece discutere la decisione del sindaco di Prato, Matteo Biffoni che disse: “Sulla droga vogliamo tolleranza zero. Lo pretendiamo perché qualunque provvedimento mettiamo in campo per riqualificare la città, ripulire le strade, le aree verdi, mettere in sicurezza i giardini e le scuole non è da solo sufficiente. Credo sia fondamentale un rafforzamento delle attività del SERT, con un incremento delle risorse destinate a Prato per presidiare il territorio” – (Matteo Biffoni, sindaco di Prato).

Proprio le parole del sindaco ci fanno tornare al grande dilemma socio-politico che costituisce il nocciolo della questione: quanto è veramente efficace il proibizionismo?
Ma si sa, l’Italia non è ancora pronta all’apertura della prima stanza del buco, abbiamo problemi più seri: la nuova compagna di Berlusconi, ascoltare i programmi politici di Renzi da Barbara d’Urso e pensare a quanti e quali diritti assicurare alle coppie dello stesso sesso.
In fondo che sarà mai qualche vittima in più sulla coscienza…