Qualche settimana fa, in seguito al servizio-denuncia de “Le Iene” riguardante alcuni medici (o presunti tali) che affermavano l’assenza di correlazione tra l’infezione con il virus dell’HIV e l’insorgenza dell’AIDS, ci è stato chiesto di scrivere qualcosa a riguardo che potesse chiarire le idee. Vi abbiamo ascoltati, ma dobbiamo fare una premessa: la “verità” non è così banale come possiate credere e, alla fine di questo articolo, non troverete delle conclusioni definitive né dei dogmi scientifici immutabili, ma delle informazioni che speriamo vi aiutino a maturare una vostra opinione personale riguardo l’argomento.

HIV causa l’AIDS? La risposta di Duesberg.

Secondo una piccola parte del mondo scientifico (formata non solamente dai soliti “complottisti” senza neppure un diploma di scuola superiore, ma anche da studiosi che hanno vinto un premio Nobel per le loro ricerche o che insegnano in prestigiose università internazionali) il virus dell’HIV è molto più diffuso all’interno della popolazione mondiale di quanto pensiamo, e non è correlato allo sviluppo dell’AIDS. In altre parole ci sono persone che paragonano il virus dell’immunodeficienza umana a quello della mononucleosi: un grande numero di individui sono positivi agli anticorpi, e quindi sono stati infettati, ma non per questo mostrano i sintomi della patologia acuta.

Tutto nasce agli inizi degli anni ’90 quando Peter H. Duesberg, docente di citologia e biologia molecolare all’Università della California, criticò l’ipotesi che l’infezione da HIV fosse la causa principale dell’AIDS. Le sue affermazioni si basavano su l’osservazione di aspetti “particolari” che il professore riassumeva in un articolo divulgativo scritto e pubblicato su varie riviste internazionali.
Il suo scopo era quello di sottolineare come la patologia HIV/AIDS non rispetta i postulati di Koch, un insieme di quattro “regole” che bisogna verificare per stabilire una relazione di causa-effetto tra un determinato microrganismo e una patologia osservata in un soggetto.

  1. “Il presunto agente responsabile della malattia in esame deve essere presente in tutti i casi riscontrati di quella malattia” – Duesberg afferma che fino al 20% dei pazienti a cui viene diagnosticata l’AIDS non presenta il virus HIV all’interno del proprio organismo.
  2. “Deve essere possibile isolare il microrganismo dall’ospite malato e farlo crescere in coltura” – Anche qui c’è un problema: è difficile isolare il patogeno dall’organismo in quanto questo si “nasconde” principalmente all’interno delle cellule e quindi è necessaria una grande quantità di materiale biologico.
  3. “Ogni volta che il microrganismo viene inoculato in un ospite sano si riproduce la malattia” – Qui c’è addirittura un doppio enigma: innanzitutto molte specie animali (come gli scimpanzé) non sono suscettibili al virus umano rendendo impossibile la sperimentazione animale, inoltre può capitare che anche quando il virus viene iniettato in un essere umano (ovviamente accidentalmente attraverso la puntura con un’ago infetto) l’individuo non sviluppi la patologia.
  4. “Il microrganismo deve poter essere isolato nuovamente dall’ospite infettato sperimentalmente” – Visto che il terzo postulato non viene rispettato, a rigor di logica anche questo è invalidato.

Sono anche altre le domande provocatorie che ha posto il professore americano negli anni: perché alcuni individui sono HIV-positivi ma non manifestano i sintomi dell’infezione? Perché non è possibile isolare il virus nelle cellule del sarcoma di Kaposi?

Cosa dice la medicina “ufficiale”

Leggendo le evidenze che hanno spinto Peter Duesberg ha dichiarare pubblicamente che il virus dell’immunodeficienza umana non è responsabile dell’AIDS non possiamo non chiederci cosa abbia fatto la comunità scientifica internazionale per rispondere a queste affermazioni.

  • Esistono altri immunodeficienze, non HIV-correlate.
    Per spiegare come fino al 20% delle persone a cui viene diagnosticata l’AIDS risultino negative alla ricerca del virus HIV gli studiosi hanno ipotizzato che esistano altre immunodeficienze, la cui eziopatologia non è ancora del tutto chiarita, che ogni anno vengono “erroneamente diagnosticate” come AIDS-HIV correlata. Non tutto il mondo scientifico è ancora d’accordo su questa eventualità ma, si dimostrasse vera, significherebbe che questi soggetti inizierebbero ad assumere una terapia antiretrovirale HAART inutilmente, con tutti i rischi e gli effetti collaterali che ne derivano.
    In ogni caso ciò non toglie che nel restante 80-90% dei casi dove abbiamo una forte correlazione statistica tra infezione con virus HIV e sviluppo di AIDS.
  • L’HIV è un virus “intracellulare”.
    La maggior parte del virus si trova all’interno dei linfociti e, spesso, è perfino integrato all’interno del DNA umano contenuto in queste cellule. Seguendo questa logica è normale quindi che non tutti i soggetti infetti (in particolare durante le prime fasi) non mostrino elevatissimi livelli del microrganismo nel sangue.
  • Carica infettate elevata e a meccanismo di infezione peculiare.
    Perché nonostante ci si possa pungere accidentalmente con un’ago infetto, non si contrae l’infezione? Bisogna conoscere le basi virologiche dell’HIV.
    Il retrovirus ha una carica infettante (quantità di virus necessaria a stabilire nell’ospite suscettibile uno stato di infezione) relativamente alta rispetto agli altri virus. Inoltre il meccanismo attraverso il quale avviene il contagio prevede che dei fluidi biologici, all’interno dei quali la carica virale è alta, vengano in contatto con soluzioni di continuo di soggetti suscettibili. Insomma non basta stringersi la mano o darsi un bacio (anche con la lingua), bisogna che ci siano i presupposti affinché una grande quantità di virus entri fisicamente nell’organismo superando la barriera cutanea.
  • HIV è un lentivirus.
    Nella stragrande maggioranza dei casi il virus dell’immunodeficienza umana non distrugge il sistema immunitario rapidamente poiché, dopo aver infettato i linfociti CD4+ e aver causato la morte di parte di essi, non smette di danneggiare l’organismo. In questa fase gli effetti non sono visibili in quanto il midollo osseo “accelera” al fine di ricreare un pool di cellule sufficiente a garantire la protezione da parte di eventuali patogeni opportunisti.
    Quando questo meccanismo di compensazione viene meno il loro numero scende nuovamente in maniera marcata e l’individuo inizia ad essere estremamente suscettibile ad una serie di malattie normalmente innocue.
Il grafico mette in relazione le variazioni tra numero di copie di virus all'interno del sangue, numero di linfociti CD4+ e il tempo trascorso dal momento dell'infezione. Si può osservare come nelle fasi finali (conversione HIV -> AIDS) il numero di linfociti diminuisce sensibilmente rendendo il soggetto suscettibile a tutte le malattie opportunistiche normalmente innocue.
Il grafico mette in relazione le variazioni tra numero di copie di virus all’interno del sangue, numero di linfociti CD4+ e il tempo trascorso dal momento dell’infezione.
Si può osservare come nelle fasi finali (conversione HIV -> AIDS) il numero di linfociti diminuisce sensibilmente rendendo il soggetto suscettibile a tutte le malattie opportunistiche normalmente innocue.
  • Sarcoma di Kaposi e cardiomiopatica difterica.
    Il fatto che il virus non si trovi nelle cellule del sarcoma di Kaposi viola il primo postulato di Koch, ma non è un reperto inusuale in medicina: un esempio sono le lesioni al miocardio causata dalla tossina difterica durante la difterite. Nonostante il batterio responsabile della malattia (Corynebacterium diphteriae) non sia presente nel tessuto cardiaco non è detto che la sintomatologia non sia attribuibile a lui! In quest’ottica sappiamo che il sarcoma di Kaposi è causato da un virus (HHV-8) che in condizioni di immunosoppressione causa questo tipo di manifestazione.

Qualche dato

A prescindere dalle teorie “ufficiali” ed alternative crediamo che sia importante fornirvi qualche dato “essenziale” affinché possiate avere un quadro più generale:

  • L’HIV compare ufficialmente nel 1982 ma alcuni studiosi, attraverso studi retrospettivi su campioni ottenuti da cadaveri, hanno evidenziato come il virus era diffuso tra l’uomo già 10 anni prima.
  • Oggi sono 40 milioni le persone infette al mondo e 25 milioni sono i morti stimati dall’inizio di questa epidemia. In totale, dal 1982, il virus ha contagiato circa 65 milioni di persone e la malattia ha un tasso di mortalità del 10%.
  • Nella maggior parte dei casi di AIDS (80-90%) possiamo dimostrare, attraverso saggi immunoenzimatici ELISA e/o metodiche Western-Blot, la presenza di anticorpi anti-HIV in circolo. D’altra parte il 90% delle popolazione “sana” non presenta anticorpi anti-HIV e infatti non svilupperà la suddetta patologia.
  • La presenza in circolo di anticorpi anti-HIV non è sempre correlata alle manifestazioni tipiche dell’AIDS in quanto nelle prime fasi dell’infezione il nostro sistema immunitario riesce a sopperire alla morte dei linfociti CD4+ indotta dalla replicazione virale. Solamente quando il loro numero si abbassa in maniera sostanziale iniziano a comparire i sintomi tipici dell’immunodeficienza.
  • La terapia antiretrovirale in vitro inibisce la replicazione del patogeno e in vivo migliora la prognosi permettendo agli individui infetti di vivere più a lungo ed con un qualità nettamente migliore.

A voler essere precisi dobbiamo affermare che nessun malato muore di HIV: secondo le attuali conoscenze mediche a nostra disposizione infatti il virus non fa altro che creare l’ambiente favorevole alla proliferazione di altri microrganismi patogeni spesso atipici, saranno questi poi a condurre alla morte il paziente.

E la terapia antiretrovirale? A coloro i quali hanno deciso di sospenderla sotto consiglio di pseudo-medici, vogliamo dire che nonostante ci sia la possibilità che il 10-20% delle sindromi da immunodeficienza HIV-correlata siano HIV-negative (e quindi non godano di ciascun beneficio dalla HAART) è necessario far valutare il proprio caso da centri specializzati in malattie infettive.

Non dobbiamo concepire le cure come qualcosa da seguire esclusivamente per noi stessi ma, in questi casi, è importante proteggere anche chi ci sta intorno e a cui vogliamo bene.

Il nostro ultimo pensiero va agli specialisti delle “teorie alternative”. Ad oggi la medicina ufficiale ritiene che l’eziologia dell’AIDS sia l’HIV, questo non significa che in futuro non ci potranno essere revisioni o correzioni a riguardo.

Qualora questi pseudo-medici vogliano giocare alla roulette russa con la vita dei pazienti inculcando la cultura dell’inutilità del preservativo, spingendo ad abbandonare la HAART e propagandando l’innocuità del virus, abbiano il coraggio di mettere in gioco prima di tutto la loro vita.

Ricordiamo a tutti che Barry Marshall, uno degli scopritori della correlazione tra infezione da H. pylori ed ulcera gastrica, per dimostrare pubblicamente le proprie teorie bevve una coltura del batterio così da procurarsi la patologia in questione.

Adesso la parola passa a voi, fate lo stesso se siete così sicuri!