Se vi capita di passare vicino ad un ospedale la sera, fate caso alle finestre del reparto di pediatria o patologia neonatale, potreste notare che da quelle finestre emana una soffusa luce blu. Non state assistendo ad un fenomeno soprannaturale, ma alla luce che viene utilizzata per la fototerapia, un trattamento sicuro ed efficace per l’ittero neonatale. O almeno questo è quello che si pensava fino ad oggi. Due recenti studi pubblicati su Pediatrics hanno individuato nella fototerapia una potenziale causa di cancro pediatrico. E’ il caso di allarmarsi?

Pelle gialla e luce blu

L’ittero neonatale è una condizione comune sia nei bambini prematuri che in quelli nati a termine. Si manifesta come una colorazione gialla della cute e della sclera, la parte bianca degli occhi. Il tipico colore giallo compare prima sul volto e sulle sclere, per poi diffondersi al resto del corpo, ed è dovuta all’accumulo di bilirubina, una molecola che deriva dal metabolismo dell’emoglobina. Quando la bilirubina circolante nel sangue supera una certa quantità, significa che il fegato non riesce a smaltirla. Nonostante sia una condizione comune, l’ittero neonatale può costituire una minaccia per il sistema nervoso. La bilirubina è infatti una sostanza potenzialmente neurotossica. Ed è qui che entra in gioco la fototerapia, che consiste nell’esporre i neonati ad una luce blu, caratterizzata da una lunghezza d’onda compresa tra i 430 nm e i 490 nm. Non è luce ultravioletta, ma ci va molto vicina. La luce ultravioletta può essere considerata il Giano bifronte delle radiazioni elettromagnetiche. Non è una radiazione ionizzante come i raggi X, ma ha effetti sia positivi che negativi sulla salute. E’ noto che esiste un legame tra la luce ultravioletta e il cancro alla pelle. D’altro canto, le cellule della pelle si affidano a questa radiazione per produrre vitamina D. L’associazione tra l’esposizione non protetta ai raggi solari e altri tipi di cancro è comunque a dir poco controversa. Ma come si è arrivati ad affermare che la fototerapia può essere una causa di cancro pediatrico?

Gli studi

Entrambi gli studi pubblicati su Pediatrics si sono basati sull’analisi di una grande quantità di dati. Il primo si è appoggiato ai dati di mezzo milione di bambini nati in North Carolina tra il 1995 e il 2011. Dei 499.621 soggetti presi in considerazione per lo studio, 39403 si erano sottoposti a fototerapia e a 711 era stato diagnosticato il cancro ad un certo punto dopo i primi 60 giorni di vita. Di questi 711, 60 erano stati esposti alla fototerapia. Prima di ricalibrare alcune variabili che costituivano una fonte di confusione era stato riscontrato un piccolo aumento statisticamente significativo del rischio. Dopo l’aggiustamento delle variabili l’aumento del rischio è scomparso. Il secondo studio si è basato invece su una quantità ancora più grande di dati: sono stati presi in considerazione 5 milioni di bambini nati tra il 1998 e il 2007. La variabile coinvolte sono state ricalibrate anche in questo studio, e questa volta è stato confermato un rischio, anche se basso. In realtà, si è scoperto anche che l’ittero stesso prevede un rischio indipendente di cancro. In sostanza, i rischi per vari tipi di cancro sono simili per i neonati esposti a fototerapia e i neonati con ittero non trattato.

Allarme rientrato?

Gli autori degli studi si sono sentiti in dovere di raccomandare di prendere in considerazione il rischio di cancro nell’usare la fototerapia. Ma è davvero necessario discutere il rischio di cancro con i genitori dei bambini che dovrebbero essere esposti al trattamento? Come in ogni pratica medica, è bene soppesare rischi e benefici. Considerando che il cancro pediatrico è una patologia molto rara, risulta difficile affermare quali fattori ambientali giochino un ruolo. Siamo entrati nell’era dei Big Data. Abbiamo accesso ad un enorme quantità di dati ma forse non abbiamo ancora capito bene come utilizzarli. La statistica può essere un’arma potente ma è bene ricordare che c’è una grande differenza tra affermare che esiste un’associazione tra due fattori e affermare che tra di essi esiste un nesso causale. Siamo anche nell’era dei social network e dei grandi allarmi scientificamente ingiustificati, forse dovremmo esercitare cautela.