L’ibernazione umana apre una finestra sul futuro. Essere ibernati e vivere nel domani in attesa che la medicina futura possa risvegliare e curare il corpo ibernato, una sfida alla morte, la speranza di poter continuare a vivere in un futuro prossimo. Fantascienza?

L’ibernazione è una condizione biologica in cui le funzioni vitali sono ridotte al minimo, il battito cardiaco e la respirazione rallentano, il metabolismo si riduce e la temperatura corporea si abbassa. Può essere paragonata al letargo negli animali. È una metodica utilizzata anche in chirurgia (ipotermia preventiva) per ridurre i processi vitali del paziente, abbassando artificialmente la temperatura corporea, durante particolari interventi chirurgici, soprattutto in cardiochirurgia e neurochirurgia. Anche gli organi destinati al trapianto sono conservati a temperature basse ma superiori al punto di congelamento, mentre per la conservazione di spermatozoi ed embrioni umani si parla di crioconservazione, ibernazione in azoto liquido.

Il processo di ibernazione è un processo veloce, perché si deve evitare la decomposizione del corpo: entro due minuti dalla morte clinica, la testa del paziente deve essere portata a –96 °C, il sangue viene sostituito con un composto chimico denominato “liquido criogenico” e il corpo viene inserito nel silos a testa in giù. Per procedere con la criopreservazione è necessario che la persona sia dichiarata clinicamente morta, quindi bisogna procedere immediatamente e in modo assolutamente veloce e tempestivo mentre le funzioni periferiche sono ancora mantenute attive, in nessun caso infatti si deve avviare il processo di decomposizione. Questa pratica è consentita dalla legge, anche se in Italia, attualmente, c’è l’obbligo di “tenere sotto osservazione” il defunto per almeno 24 ore.

Vi sono, comunque, alcuni ostacoli fondamentali relativi alla crioconservazione post-mortem e sono principalmente:

  1. le membrane cellulari possono rompersi in seguito alla probabile formazione di cristalli di ghiaccio;
  2. la formazione di rotture del corpo ibernato sottoposto alla tensione dei diversi tessuti che hanno coefficienti di dilatazione diversi;
  3. la difficoltà allo scongelamento contemporaneo di tutte le parti del corpo.

Oggi la ricerca si sta focalizzando per lo più sui primi due problemi il primo dei quali è quasi del tutto risolto grazie a una soluzione vetrificante che, sostituendo il sangue, apporta antiossidanti e sostanze che impediscono la formazione di cristalli di ghiaccio. La speranza è che le tecnologie future possano portare allo scongelamento del corpo e successivamente alla riparazione della parti danneggiate riducendo al minimo o annullando del tutto gli inevitabili danni ai tessuti nervosi e sulle cause della morte.

Il processo di crioconservazione, in sostanza, rallenterebbe l’invecchiamento, senza fermarlo, e, dopo lo scongelamento, non altererebbe i processi biologici dell’individuo; Attenzione però! L’ibernazione non aumenta la durata della vita che resta la stessa possibile al corpo di un non-ibernato (80 anni di vita media, 120 per i più longevi); ritarda l’invecchiamento senza rallentarlo e, se usata con ibernazioni successive, consentirebbe di vivere in epoche diverse. L’idea fondamentale alla base dell’ibernazione è quella di prendere tempo, sperando che quando si verrà scongelati esistano nuove tecnologie di clonazione e nanooperazione che permettano di rigenerare, sostituire e ristrutturare i tessuti vecchi e il corpo ormai sulla soglia della morte.

Negli ultimi anni, nonostante costi elevatissimi (fra i 150 e i 200mila dollari), la pratica di farsi ibernare sta diventando sempre più popolare, anche se, al momento, non ci sono dati scientifici certi sull’effettiva possibilità di “risvegliare” i corpi ibernati.

E’ una vera e propria scommessa, una partita a scacchi tra la vita, la morte e spesso anche la malattia..da un lato la curiosità e la possibilità di vivere nel futuro, dall’altro la speranza di una vita migliore. Ed è proprio questo desiderio, ad aver spinto i genitori della piccola Matheryn Naovaratpong, una bimba thailandese di meno di 3anni, affetta da un ependimoblastoma, tumore neuro ectodermico primitivo che si genera nell’ependima, a prendere, lo scorso gennaio, e in seguito a ben oltre 12 interventi e decine di cicli di radio e chemioterapia per contrastare un tumore che era arrivato a interessare l’80% dell’emisfero sinistro, a rivolgersi alla Fondazione Alcor Life Extension in Arizona a seguire il caso e ibernare la loro bambina.

Medicina 1 – Morte 0? Ai posteri l’ardua sentenza.