La scelta del giusto farmaco da somministrare ad una persona affetta da Depressione Maggiore il più delle volte è una vera e propria scommessa per il medico. Spesso bisogna cambiare terapia più volte prima di riuscire ad individuare il farmaco che apporti reali benefici al paziente. Per cercare di trovare una soluzione a questo problema, un team di ricercatori, tra cui molti italiani, del King’s College di Londra, ha messo a punto un test del sangue che potrebbe essere la svolta nella prescrizione degli antidepressivi, evitando terapie che a volte possono risultare dannose. Questo test dovrebbe essere in grado di stabilire se un paziente risponderà o meno ad un determinato antidepressivo. Lo studio è stato pubblicato sull’International Journal of Neuropsycopharmacology.

“L’esame del sangue a cui lavoriamo da 5 anni impedirebbe di prescrivere farmaci “sbagliati” perché identifica subito se una molecola è o meno “a misura” del paziente”. – (Dottor Carmine Pariante, autore principale dello studio e docente di Psichiatria biologica al King’s College)

Perchè è così importante?

La depressione è la prima causa di disfunzionalità nei soggetti tra i 14 e i 44 anni di età, maggiormente presente nelle donne: la probabilità di avere un episodio depressivo maggiore entro i 70 anni è del 27% negli uomini e del 45% nelle donne. Circal’80% dei bambini con disturbo depressivo tende a presentare la stessa patologia anche in età adulta, oltre al fatto che un disturbo depressivo precoce è un fattore di rischio per la comparsa di patologie come il disturbo bipolare o l’abuso di sostanze. La Depressione Maggiore è attualmente la principale causa di malattia in Nord America e in altri paesi ad alto reddito e la quarta causa di disabilità in tutto il mondo. L’OMS prevede che entro il 2030 possa essere la seconda causa di malattia in tutto il mondo dopo l’AIDS.

Gli antidepressivi sono farmaci poco maneggevoli, con una lunga latenza d’azione e numerosi effetti indesiderati, tra cui cefalea, nausea, insonnia, nervosismo, disfunzioni sessuali, secchezza delle fauci, costipazione, problemi di vista, sonnolenza, crisi ipertensive, difficoltà nella minzione, ritenzione urinaria ed un aggravamento di un’eventuale ipertrofia prostatica. Attualmente la scelta dell’antidepressivo è per prova ed errore, e per verificare se il farmaco migliora i sintomi passano tra le 8 e le 12 settimane: trovare un test di semplice esecuzione, sensibile e specifico significa tagliare enormemente i tempi di latenza prima che la terapia corretta possa avere un effetto significativo sulla patologia.

Va considerato che circa la metà dei pazienti depressi non risponde ai farmaci di “prima linea” e un terzo a nessun tipo di farmaco. Secondo diversi studi i fallimenti terapeutici sono da imputare anche alla mancanza di aderenza alle cure (circa il 45% dei pazienti nei primi tre mesi interrompe la terapia), dovuta soprattutto alla comparsa di effetti indesiderati. Da qui nasce l’importanza di individuare il farmaco più adatto, per minimizzare il “calvario” del paziente.

Lo studio

Sono stati analizzati 140 volontari, tutti affetti da Depressione Maggiore. Con un semplice prelievo, il team è andato ad analizzare il sangue cercando due marcatori infiammatori, l’IL-1beta ed il MIF (fattore d’inibizione della migrazione dei macrofagi), e misurandone le rispettive concentrazioni. Precedenti studi, volti ad identificare un minimo comune multiplo nella Depressione Maggiore, hanno stabilito che l’infiammazione sia una spia di una scarsa risposta dell’organismo agli antidepressivi tradizionali: in questo modo, se questi marker superano un cutoff, il medico potrà decidere di utilizzare molecole più complesse, sperando di ottenere un’efficacia terapeutica migliore.

“Grazie a questo risultato si potrà personalizzare il trattamento circa un terzo dei pazienti può avere questi marcatori infiammatori. Non vogliamo prescrivere troppi farmaci se non è necessario, ma intensificare il trattamento il prima possibile quando serve”. – (Dottor Carmine Pariante)

Ancora non si conoscono bene i meccanismi che possano spiegare le connessioni tra l’infiammazione e la farmacodianmica, al momento si sa esclusivamente che questi due marcatori infiammatori sono coinvolti in molti pathway metabolici delle cellule del SNC.

Ovviamente ora stanno provvedendo ad estendere il trial ad un gruppo di soggetti più esteso, esportandolo anche in Italia, per aumentare l’eterogeneità del campione. Il gruppo di ricercatori, capitanato dal dottor Pariante, una volta messo a punto questo test, che si spera entri a far parte della partica clinica al più presto, ora è impegnato in un altro studio per capire se la somministrazione di farmaci antiinfiammatori insieme agli antidepressivi può, in qualche modo, migliorare l’efficacia terapeutica di questi ultimi, e quindi il quadro clinico del paziente.

Un passo da gigante per tutte le persone affette da Depressione, ed all’orizzonte un futuro pieno di studi promettenti. Strappa sempre un sorriso vedere che a volte, queste eccezionali scoperte, hanno la firma italiana.