Viene chiamata sindrome del ‎Wanderlust ma molti di voi ne avranno sicuramente sentito parlare come “la malattia di chi è nato per viaggiare”.
Fino a qualche mese fa una nota compagnia automobilistica pubblicizzava i suoi veicoli fuoristrada citando un gene: il DRD4, denominato per l’occasione il “gene dell’avventura”.

Ovviamente c’è molto di più di questo e oggi vogliamo provare a spiegarvelo sulla base di studi internazionali che sono stati condotti proprio al fine di correlare particolari mutazione di questa sequenza di DNA con alcune caratteristiche comportamenti umane.

Perché Wanderlust?

E’ lì da sempre. Ci si nasce con quel desiderio di attraversare nazioni, continenti, oceani e montagne per poter dire, un giorno, di averlo visto tutto “il ‎mondo”.
Stranamente questa parola non deriva dall’inglese, ma dal tedesco: ‎Wander (vagabondare) e ‎Lust (desiderio), in italiano l’abbiamo definita dromomania (ndr. credo sia il primo caso al mondo in cui il termine tedesco suoni meglio rispetto a quello italiano).
Recenti studi scientifici sulle mutazioni genetiche ipotizzano che il desiderio di viaggiare, di fare esperienze nuove e di trovarsi a proprio agio nell’avventura risiedano in una variante genetica presente nel nostro DNA: il DRD4-7R, il gene Wanderlust (o del viaggiatore).

Tutta una questione di dopamina

Questa sequenza di basi azotate (DRD4) codifica per il recettore D4 della dopamina che oggi sappiamo essere presente in particolar modo all’interno del SNC, dove è accoppiato a proteine G inibitorie.
Le vie dopaminergiche del nostro cervello svolgono un ruolo particolarmente importante nella regolazione di moltissime funzioni: a partire dalla cognizione che abbiamo di noi e degli altri, influenzano la nostra vita sociale, la comunicazione, le emozioni, la memoria, l’organizzazione motoria e perfino il rilascio di alcuni ormoni.

Tutti gli stimoli che producono motivazione e ricompensa (il sesso, il buon cibo, il gioco d’azzardo, alcune sostanze stupefacenti o anche ascoltare musica) stimolano il rilascio di dopamina nel nucleus accumbens. Quando questa molecola viene rilasciata all’interno del nostro cervello, proviamo una intensa sensazione di piacere che “spegne” in maniera retroattiva un ulteriore rilascio. Questo è uno dei meccanismi di controllo che il nostro organismo ha elaborato affinché noi non potessimo godere all’infinito degli effetti benefici indotti da alcune condizioni o agenti esterni, ma ovviamente c’è sempre la possibilità di alterare questo sistema.
Alcune droghe (in particolare amfetamine e cocaina) non fanno altro che stimolare il rilascio di dopamina o interferire con la sua degradazione/riassorbimento: in questo modo l’azione di questo neurotrasmettitore viene amplificata nel tempo, così da indurre nel consumatore il fenomeno della dipendenza. In maniera analoga agisce la nicotina.

La variante “mutata”

Uno studio del 1999, condotto dal prof. Chuansheng Chen dell’Università della California, ha stimato che circa il 20% della popolazione possiede una forma mutata di questo recettore che è definita DRD4-7R. In questi casi, nel esone 3 del gene, è presente una regione formata da 16 amminoacidi ripetuta per 7 volte (da qui deriva la sigla 7R: seven-repeated). Dopo aver elaborato i dati relativi alle frequenze alleliche del DRD4 di 2320 individui appartenenti a 39 diverse popolazione, e confrontati con i modelli delle migrazioni stessi, si è riscontrata di una proporzionalità tra la percentuale di alleli per il DRD4 e la distanza percorsa nella migrazione storica delle popolazioni analizzate.
Nel 2012 questo dato venne ulteriormente confermato da uno studio di David Dobbs, esperto di genetica della popolazione, pubblicato sulla rivista New Scientist. Qui si constatava nuovamente che la variante genetica 7R rendeva gli individui più propensi a prendere rischi, esplorare nuovi posti, provare nuovi cibi, nuove esperienze sessuali ed avventure di ogni tipo.

La domanda fondamentale che sorge dopo aver letto questi risultati è: la variante DRD4-7R è la causa o la conseguenza dell’inquietudine? Infatti nessuno dei due studi implica necessariamente che sia proprio questo tipo di mutazione a rendere più inquieti gli antenati, ma entrambi fanno pensare che lo stile di vita “nomade” favorisca la selezione di questo gene.
In quest’ottica un recente studio condotto tra le tribù nomadi degli Ariaal (ndr. una popolazione africana) indica che i portatori dell’allele 7R tendono ad essere più forti e meglio nutriti di quelli che non ce l’hanno, un dato che indicherebbe una maggiore idoneità agli spostamenti.

Solo genetica?

Non sappiamo esattamente come la variante mutata DRD4-7R riesca a rendere i soggetti che la possiedono “travel-addicted”, però sicuramente è coinvolta la sensibilità alla dopamina da parte del recettore D4. In futuro potremmo scoprire che in questi soggetti, a seguito degli spostamenti e delle migrazioni, si attivino dei pathway neuronali che si rinforzano così da creare dei circuiti di dipendenza. In altre parole questi individui potrebbero essere dipendenti dai viaggi, dalla scoperta e delle nuove esperienze proprio come un cocainomane lo è dallo stupefacente.

Sicuramente quello che sappiamo è che non è tutto una questione di geni. Jim Noona, esperto di genetica dello sviluppo e dell’evoluzione, ha spiegato come non basta un gene (o un insieme di essi) a “programmarci” all’esplorazione. Molto più probabile è che, regioni diverse di DNA, contribuiscano a creare tratti multipli che forniscono al soggetto non solo la motivazione ma anche i mezzi per essere un viandante.

Sarà mai possibile che Ulisse, Marco Polo, Cristoforo Colombo e tutti gli altri esploratori della nostra storia fossero il frutto di una mutazione genetica? No, molto probabilmente non è così. Sempre più studiosi sono infatti d’accordo che esista un’altra spiegazione per la motivazione al viaggio ed è radicata nella nostra infanzia.
Secondo questa teoria socio-psicologica, il concetto di avventura è fortemente legato al gioco, alla fantasia e all’immaginazione che ci vengono “insegnati” durante i primi anni dalla nostra vita.
Rispetto ai cuccioli delle altre specie animali infatti, i nostri bambini passano più tempo protetti dalle loro madri e possono sviluppare meglio l’immaginazione e la fantasia, non avendo altre occupazioni o preoccupazioni. Di conseguenza tendono a sviluppare degli scenari ipotetici e mondi fantastici che, da adulti, potrebbero essere spinti a voler cercare nella realtà. È questo insomma il “carburante” che potrebbe alimentare la voglia di viaggiare e scoprire della nuova generazione di esploratori.

APPROFONDIMENTI | Studio riguardo la creatività e il polimorfismo DRD4-7R, Correlazione polimorfismo ed aumento dipendenza da alcol, Presenza del polimorfismo DRD4-7R in uomini che giocano d’azzardo in borsa, Correlazione tra polimorfismo DRD4-7R e sviluppo di ADHD e autismo.