Nella lotta contro il cancro, abbiamo bisogno di nuove armi e strategie. Alcuni batteri potrebbero dimostrarsi utilissime nuove reclute per la battaglia, armate con farmaci e ingegnerizzati per auto-distruggersi finita la missione.

Jeff Hasty ed il suo team dell’università della California (San Diego) hanno usato questo metodo per rallentare la crescita di tumori in topi, evidenziando che i batteri potrebbero attaccare quelle parti di tumore per noi più difficili da colpire.

Alla genesi di questo progetto contribuì inizialmente la scoperta che alcuni batteri possono localizzarsi anche all’interno dei tumori, zona a volte non sufficientemente vascolarizzata e quindi non raggiungibile dai chemioterapici.

L’abilità della salmonella di vivere in questi ambienti, anche a bassissima tensione di ossigeno, ha ispirato poi il team di Hasty ad ingegnerizzare alcuni ceppi di questi batteri per produrre tre tipi di sostanze: emolisine per attaccare direttamente le cellule, chemochine per allertare il sistema immunitario e dei peptidi pro-apoptotici per spingere le cellule a morire. Per il rilascio di questo cocktail di farmaci, i ricercatori hanno programmato i batteri per autodistruggersi dopo che un certo numero di essi si sia accumulato nello stesso punto. Questo meccanismo è per certi versi simile al quorum sensing, un meccanismo trascrizionale coinvolto in fenomeni come la formazione della placca dentale da parte dei batteri.

Non è il primo tentativo di “armare” dei batteri per combattere la nostra causa, basti pensare agli esperimenti svolti alla John Hopkins University circa  15 anni fa da Bert Volgestein, ma questo è il primo in assoluto in cui i batteri sono programmati a rompersi e morire per liberare il farmaco: in questo modo si controlla anche la numerosità batterica.

I risultati

I ricercatori hanno scoperto che i loro batteri modificati viaggiano direttamente in zone anaerobiche del tumore.Quando ai topi venivano somministrati batteri in grado di rilasciare il cocktail di farmaci, il tumore smetteva di crescere; se a questi venivano somministrati anche altri antitumorali, i tumori diminuivano di volume e la loro aspettativa di vita aumentava del 50% circa.

Non si sa esattamente il modo con cui questi batteri si concentrino all’interno dei tumori epatici di questi modelli murini di metastasi epatiche da cancro colon-rettale: probabilmente giungono nelle zone neoplastiche attraverso il passaggio dal lume gastro-intestinale alla circolazione portale e da qui al fegato.

Non è nemmeno esattamente noto il perché questi microbi si concentrino all’interno dei tumori: si pensa questo sia un meccanismo per scappare dall’azione del sistema immunitario dell’ospite in quanto il micro-ambiente tumorale è talvolta una loggia immuno-privilegiata.

È rischioso?

Vista la natura del metodo e la non conoscenza esatta dei meccanismi che sfrutta, ci sono dubbi anche sulla sua sicurezza: ceppi di Salmonella, per quanto attenuati, possono comunque essere patogenici per l’uomo; ci si interroga inoltre sulla possibilità di effetti collaterali gravi dovuti alla diffusione dei microbi nei tessuti sani.

Bisogna  in fine essere cauti nell’interpretazione di questi risultati, fermo restando la probabile bontà dell’approccio clinico. Come hanno sostenuto gli stessi esecutori di questo lavoro pionieristico, questi modelli animali potrebbero portare ad un fuorviante ottimismo: oltre alla naturale variabilità inter-specie, i tumori epatici di questi topi potrebbero non essere abbastanza simili ai tumori umani per cui si intende sviluppare un trattamento in quanto prodotti da una predisposizione genetica introdotta artificialmente.

La strada per arrivare ad utilizzare questa tecnica è ancora molto lunga, probabilmente non scevra da fallimenti ma, come si usa dire, i fallimenti sono la madre del successo.

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