Anche nota come depressione stagionale, il SAD (Seasonal Affective Disorder) è una vera e propria variante di depressione maggiore, con la peculiarità di manifestarsi in determinati periodi dell’anno e percentuali di prevalenza decisamente maggiori nei Paesi a più alta latitudine, dove le giornate sono tipicamente più brevi. Di recente si è pertanto tentato di fare chiarezza sulle cause scatenanti il disturbo.

La sindrome degli “inverni blu”

La denominazione delicata e suggestiva, con un velato rimando al melanconico e monocromatico Periodo Blu del celebre pittore spagnolo Pablo Picasso, identifica in realtà la variante più blanda e controllabile di uno specifico disordine dell’umore, definito dai criteri del DSM-5 (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) come un disturbo che si presenta e termina entro una specifica stagione dell’anno, manifestandosi per almeno due anni consecutivi, con totale remissione durante le altre stagioni.

Individuata negli anni ’80, tale condizione clinica si manifesta nella sua forma più comune proprio nel periodo invernale, attraverso sintomi specifici quali irritabilità, tristezza, difficoltà di concentrazione, letargia ed un aumentato desiderio di carboidrati, con inevitabile tendenza alla crescita di peso. Se ne individua una prevalenza maggiore nelle donne, con età di esordio tra i 18 ed i 30 anni e, ad oggi, risulta ancora ampiamente sotto diagnosticata. Nel dettaglio, si sono riscontrate numerose e differenti tipologie di SAD per gravità ed entità, che vanno da disturbi più lievi (quali i sopraccitati “inverni blu”) a forme depressive più severe ed invalidanti, con anche un innalzato rischio di suicidio.

Melatonina e ritmi circadiani alla base dei meccanismi patogenetici

Nel tentativo quindi di dimostrare l’apparente correlazione fra cambiamenti ambientali e depressione, uno studio su pazienti affetti da SAD ha rilevato un innalzamento del 5% dei livelli di proteina SERT durante i mesi invernali; tale proteina è nota per essere deputata alla ricaptazione, nel neurone presinaptico, del neurotrasmettitore serotonina. Più semplicemente, elevati livelli di proteina SERT si traducono in un abbassamento della trasmissione serotoninergica, ritenuta responsabile principale del bilanciamento dell’umore e, conseguenzialmente, implicata in ogni sua alterazione.

In aggiunta, la riduzione delle ore di luce nei mesi invernali, specialmente nei Paesi più a Nord dall’equatore, sembrerebbe condurre ad un innalzamento dei livelli di melatonina, ormone prodotto dalla ghiandola pineale in risposta al buio, fondamentale nella regolazione dei ritmi sonno-veglia e dunque valido a spiegare l’aumentata sonnolenza e la letargia nei pazienti affetti da SAD.

L’effetto combinato di serotonina e melatonina e il ruolo della vitamina D

Se il plausibile ruolo della melatonina nella sintomatologia della depressione stagionale non basta di per sé a delucidare i meccanismi patogenetici di un disturbo mentale complesso e notevolmente vario nelle sue manifestazioni, è altresì accertato che la combinazione tra diminuzione di serotonina ed aumento di melatonina, causa significative alterazioni dell’orologio biologico. Questo, nella particolare condizione del SAD, mostra un’importante difficoltà di adattamento al segnale circadiano di cambiamento stagionale della lunghezza dei giorni.

Inoltre, non di minore importanza sarebbe l’ipotesi che individua nella ridotta esposizione della pelle alla luce solare durante i mesi invernali, la causa di una minore produzione di vitamina D, che a sua volta sembrerebbe avere un ruolo cruciale nella regolazione dell’attività serotoninergica e, dunque, nell’insorgenza della depressione. Sebbene quindi non siano ancora stati confermati i nessi causali tra melatonina, ritmi circadiani, vitamina D e SAD, la ricerca sta delineando associazioni sempre più crescenti fra questi fattori chiave.

Approcci terapeutici

Come per ogni altra tipologia di disturbo depressivo, l’approccio farmacologico di prima linea per il SAD è rappresentato dagli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI), con particolare riguardo a principi attivi quali fluoxetina e bupropione. Inoltre, le recenti evidenze circa i meccanismi patogenetici sopra trattati, suggeriscono un aiuto dell’alleviamento dei sintomi attraverso fototerapia ed assunzione di vitamina D (in dose di 100000 UI/dì), anche a scopo preventivo. Questo senza dubbio pone ulteriore accento sull’importanza di un’attenta valutazione diagnostica di quella che risulta essere una concreta, complessa e specifica patologia depressiva, assolutamente da non confondersi con i più conosciuti e blandi cali di energia e del tono dell’umore.

 

Fonti | Articolo Originale

Approfondimenti | DSM-5 thread