Passi da gigante nella comprensione delle dipendenze da alcol: da una recentissima ricerca pubblicata sul “The journal of neuroscience” è emerso che l’inibizione di una particolare area dell’amigdala possa ricoprire un ruolo chiave nel recupero di soggetti “addicted”, invertendo, di fatto, la problematica.

L’alcolismo

L’alcol etilico è un composto organico derivato dalla fermentazione anaerobica degli zuccheri, particolarmente abbondante nelle diete di tutto il mondo. Se è vero che un suo consumo moderato è ben tollerato dall’organismo (fino a 0,5 g/dl/die), un uso smodato può dare diverse problematiche, sia in acuto (nel peggiore dei casi coma alcolico e morte) sia in cronico (steatoepatite alcolica e cirrosi epatica, nonché epatocarcinoma), con complicanze di natura psicologica, spesso troppo sottovalutate.

Negli ultimi anni la tendenza all’abuso di alcol è cresciuta in maniera preoccupante: ogni anno si hanno 5000 nuovi alcol-dipendenti in Italia, che vanno a riempire le fila già numerose del milione di soggetti già assuefatti, senza contare gli 8 milioni a rischio quanto a livello di consumi.

Altro dato preoccupante è che il 30% degli alcolisti è sotto ai 25 anni, quindi ad alto rischio di sviluppare malattie croniche ed acute, che ne complesso sono responsabili di 3 milioni e mezzo di morti in tutto il mondo all’anno. Dati comq questi possono dare una veloce panoramica della complessità e della diffusione del fenomeno, per il quale le strategie di prevenzione e promozione della salute hanno solo effetto parziale.

Le ragioni neurobiologiche della dipendenza sono note da tempo, in particolare si imputa ad alcuni circuiti dopaminergici che comprendono il nucleus accumbens, l’amigdala e altre regioni cerebrali, la necessità compulsiva di soddisfare il bisogno di bere alcol. Quest’ultimo, infatti, mima quello che gli psicologi chiamano “stimoli primari “, come il cibo, il sesso e la tutela della prole.

Lo studio

Lo studio, condotto dai ricercatori del The Scripps Research Institute, condotto da Giordano de Guglielmo, promette una svolta nel recupero dei soggetti con queste patologie: gli scienziati hanno studiato due gruppi di topi, uno non dipendente ma bevitore occasionale e l’altro dipendente, in cui un gruppo di neuroni (5% del totale), facenti parte del nucleo centrale dell’amigdala, sono stati marcati con proteine fluorescenti.

Si è visto che, in topi gravemente dipendenti, quando questi neuroni venivano inibiti con un profarmaco (una molecola che diventa attiva quando modificata da enzimi, nel caso specifico una beta-galattosidasi) chiamato Daun02, il topo dipendente riacquistava comportamenti normali. Al contrario, non vi erano significativi cambiamenti nel topo bevitore occasionale, indicando che è il reclutamento dei neuroni che porta al bisogno dell’assunzione e non l’inverso.

A rendere questa scoperta ancora più incredibile c’è la constatazione che nelle cavie non vi erano né segni tipici della crisi di astinenza, quali ad esempio il tremore, né un decadimento dell’effetto con il tempo: una sola iniezione è risultata efficace nel controllare la dipendenza per tutta la durata dell’esperimento.

In conclusione

Le sfide attuali sono la riproducibilità sull’uomo e il tracciamento nel tempo dell’attivazione dei circuiti, possibili anche grazie a sistemi laser che sfruttano i principi dell’optogenetica. Promettenti le aspettative future: Oliver George, autore dello studio, ha affermato che tale scoperta potrebbe rappresentare una pietra miliare nel trattamento delle dipendenze. Il team, inoltre, non si è fermato alla dipendenza da alcol; stanno tentando, infatti, di replicare i risultati anche per altre droghe, come la metamfetamina. Dai risultati di questa ricerca, un giorno, si potrebbe arrivare alla soluzione definitiva al problema delle dipendenze.

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