Dal gruppo di ricerca dell’ istituto “Pascale” di Napoli giunge la scoperta di una molecola appartenente alla classe dei microRNA che potrebbe migliorare la prognosi del tumore fornendo un supporto concreto alle attuali terapie.

Il melanoma cutaneo è un tumore che deriva dalla trasformazione tumorale dei melanociti, alcune delle cellule che formano la pelle. I melanociti fanno parte, insieme ai cheratinociti, dell’epidermide e hanno il compito di produrre melanina, un pigmento che ci protegge dagli effetti dannosi dei raggi solari. In condizioni normali i melanociti possono dar luogo ad agglomerati scuri visibili sulla superficie della pelle e noti come nevi. Il melanoma colpisce soprattutto gli adulti intorno ai 45-50 anni, anche se l’età media alla diagnosi si è abbassata negli ultimi decenni.

In Italia i dati AIRTUM (Associazione italiana registri tumori) parlano di circa 13 casi ogni 100.000 persone con una stima che si aggira attorno a 3.150 nuovi casi ogni anno tra gli uomini e 2.850 tra le donne. Inoltre, l’incidenza è in continua crescita ed è addirittura raddoppiata negli ultimi 10 anni.

Lo studio

Da Napoli, in questi giorni, la svolta: il gruppo di ricerca dell’ Istituto “Pascale” (guidato dal direttore scientifico Gennaro Ciliberto e dal direttore della struttura complessa di Oncologia medica Melanoma), in collaborazione con il laboratorio di Carlo Croce dell’università Columbus negli Stati Uniti, ha scoperto l’esistenza di una molecola appartenente alla classe dei microRNA e chiamata miR-579-3p che svolge un ruolo importante nello sviluppo del melanoma funzionando da soppressore della crescita tumorale. In altre parole, questa molecola è presente in abbondanza nei nevi normali mentre la sua quantità diminuisce sempre più mano mano che il tumore diventa più aggressivo. Inoltre, una sua ulteriore riduzione, renderebbe i melanomi resistenti ai farmaci inibitori di Braf e Mek.

Il miR-579-3p si comporta come un’ altalena: quando i suoi livelli si abbassano, quello degli oncogeni Braf e Mek salgono. Tuttavia se la molecola viene somministrata alle cellule tumorali dall’esterno, i livelli di oncogeni scendono e le cellule iniziano a morire. Inoltre, la sua somministrazione insieme agli inibitori di Braf e Mek impedisce la formazione di cellule resistenti ai due famaci.

In ultima analisi, ma non per questo meno importante, i livelli di miR nel sangue potrebbero essere usati come nuovo biomarcatore per predire in modo precoce l’evoluzione della malattia e lo sviluppo delle resistenze alle terapie.

Questa brillante scoperta è oggetto di recente pubblicazione sulla rivista PNAS.

Qualche informazione sul melanoma

Il principale fattore di rischio per il melanoma cutaneo è l’esposizione eccessiva alla luce ultravioletta, che arriva fino a noi sotto forma di raggi UVA e UVB, rappresentata dai raggi del sole. La troppa esposizione al sole rappresenta un potenziale pericolo perché può danneggiare il DNA delle cellule della pelle e innescare la trasformazione tumorale. Altri fattori di rischio noti sono l’insufficienza del sistema immunitario (dovuta per esempio a precedenti chemioterapie o a trapianti), e alcune malattie ereditarie (per esempio lo xeroderma pigmentoso, nel quale il DNA non riesce a riparare i danni causati dalle radiazioni). Il rischio aumenta anche nelle persone con lentiggini o con nei, in quelle con occhi, capelli e pelle chiara e in quelle che hanno un parente stretto colpito da questo tumore o che hanno avuto un precedente melanoma cutaneo.

I melanomi originano su una cute integra o da nevi preesistenti, che sono presenti fin dalla nascita o dalla prima infanzia (congeniti) o compaiono durante il corso della vita (acquisiti). Dal punto di vista clinico si distinguono 4 tipologie di melanoma cutaneo:

  • Melanoma a diffusione superficiale (il più comune, rappresenta circa 70% di tutti i melanomi cutanei)
  • Lentigo maligna melanoma
  • Melanoma lentigginoso acrale
  • Melanoma nodulare (il più aggressivo, rappresenta circa il 10-15% dei melanomi cutanei).

    Evoluzione naturale di un melanoma
    Evoluzione naturale di un melanoma

A differenza dei primi tre tipi, che hanno inizialmente una crescita superficiale, il melanoma nodulare è più aggressivo e invade il tessuto in profondità sin dalle sue prime fasi. Oggi sono disponibili diverse opzioni di trattamento per il melanoma cutaneo.

La prima scelta è in genere la chirurgia che spesso riesce a curare definitivamente la malattia in fase iniziale. L’entità dell’intervento dipende dallo stadio del melanoma: in genere si asporta anche una parte di tessuto sano attorno a quello malato, in modo da eliminare tutte le cellule tumorali. Lo si analizza poi al microscopio per essere certi che le cellule attorno al tumore siano normali (si parla di margini operatori liberi). Se però si notano cellule tumorali in queste aree, si procede con un nuovo intervento che asporta altro tessuto. In alcuni casi vengono rimossi chirurgicamente anche i linfonodi “sentinella”, ovvero i primi a ricevere il drenaggio linfatico direttamente dal tumore. Se anche questi contengono cellule tumorali, vengono asportati tutti quelli dell’area interessata. Infine la chirurgia può essere utile per rimuovere eventuali metastasi.

La radioterapia viene utilizzata in genere per trattare il melanoma che si ripresenta dopo un altro trattamento o come terapia adiuvante dopo la chirurgia per eliminare le cellule tumorali non rimosse con il bisturi. Nelle fasi terminali, la radioterapia può essere utilizzata per alleviare i sintomi.

La chemioterapia in genere non è molto efficace, ma può aiutare ad alleviare i sintomi nelle fasi avanzate.

Esistono anche terapie definite locoregionali che consistono, in sintesi, nel somministrare farmaci in dosi particolarmente alte in aree che è possibile isolare dal resto dell’organismo, come per esempio gli arti. Nel caso di melanoma le più usate sono la perfusione isolata dell’arto e l’elettrochemioterapia.

Tra le terapie ancora in fase di studio, alcune delle quali a un passo dall’utilizzo in clinica, ci sono anche diversi vaccini e terapie mirate. I primi sfruttano parti delle cellule di melanoma per scatenare l’azione del sistema immunitario contro la malattia, un po’ come avviene con i vaccini già da tempo in uso contro alcuni malattie virali, mentre le terapie mirate sono farmaci diretti contro mutazioni specifiche nel DNA delle cellule tumorali (per esempio quelle nei geni BRAF, MEK o c-KIT). Nei primi mesi del 2013 è stato approvato anche in Italia l’uso di Vemurafenib, un farmaco diretto contro la mutazione BRAF V600, nei pazienti con melanoma avanzato o non operabile che presentano tale mutazione. Sono in fase di studio anche altre strategie immunoterapiche.