Un seggio elettorale per consentire la consultazione sul referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare, Roma, 17 aprile 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Quanto la riforma costituzionale Renzi-Boschi incide sulla Sanità, come e dove. Ecco una panoramica di approfondimento in vista del Referendum.

Il 4 Dicembre saremo chiamati alle urne. Mancano meno di tre mesi al Referendum costituzionale sulla Riforma Renzi-Boschi promosso dall’attuale governo. Chi andrà a votare deciderà di scegliere fra un SÌ che approva il testo della riforma ed un No che lo rifiuta . Ma oltre le fazioni, prima delle barricate, dietro alla opinioni, cosa distingue un voto da un rimorso? La consapevolezza. Essere ben informati è l’unico modo per non piangere sul latte versato quando i giochi saranno finiti. E l’impatto della riforma sul Sistema Salute è tanto ampio quanto poco discusso. Siamo sicuri di saperne davvero abbastanza? Di seguito qualche domanda da porsi.

Perchè la Sanità?

La salute è un bene che la nostra Costituzione tutela e le politiche sanitarie occupano sempre i primi posti nelle priorità di un governo. O almeno, questo è quello che tutti noi speriamo. Verso quale direzione si muove la riforma Renzi-Boschi, in tema di Sanità? Sia chiaro: nulla è modificato nel conosciuto articolo 32 che, ricordiamo, sancisce i principi che animano il rapporto fra la Repubblica e la Salute.

Il punto di incrocio tra la proposta del governo e l’assetto del Sistema Salute lo si trova invece in un altro articolo, molto meno citato e famoso, più ostico forse, ma che tutti abbiamo provato sulla nostra pelle: l’articolo 117 del Titolo V della Costituzione.

Di fatto, senza voler banalizzare, si tratta di un articolo piuttosto denso all’interno del terzultimo “capitolo” della Costituzione. E’ qui che si parla del rapporto Stato-Regioni in materia di Sanità, ad esempio per la distribuzione della potestà legislativa- cioè chi dei due può emanare norme legislative su un qualche aspetto della Sanità. Il frutto della testo odierno è quella “federalizzazione” del Sistema Sanitario che oggi comporta la presenza di 20 Sistemi Sanitari differenti, uno per Regione. E’ proprio questo aspetto il fulcro della riforma che si andrà a votare.

Qual è il Nodo Cruciale?

Il punto della riforma, la novità per così dire, è la centralizzazione di un maggior numero di competenze nelle mani dello Stato. E’ a partire dal 2001 che Stato e Regioni si dividono le competenze in tre compartimenti: uno esclusivo dello Stato, uno esclusivo delle Regioni, e uno dove operano entrambe (concorrente).

L’attuazione della riforma vedrebbe abolita la legislazione concorrente, dove Stato e Regioni sono due co-decisori, mentre sarebbero mantenute le due legislazioni esclusive (cioè i campi dove Stato e Regioni hanno compiti distinti e ben precisi), ma con una netta ridistribuzione dei vari campi di azione. Allo Stato si attribuirebbe la competenza esclusiva sulle “disposizioni generali e comuni sulla tutela della salute” (oltre all’alimentazione, al coordinamento della finanza pubblica e alla ricerca scientifica) mentre alle Regioni si attribuirebbe la competenza esclusiva di “programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali“.

Franco Ferrari, docente di Diritto Costituzionale, rimarca come la revisione profila un sistema in cui i poteri statali, che prima riguardavano per esempio il prezzo dei farmaci e il controllo della spesa corrente (ovvero sul rientro dei deficit regionali), assumerebbero una forte e nuova unilateralità.

Basti pensare che non decadrebbe la conferenza Stato-Regioni, luogo dove oggi si distribuiscono i budget anche per la spesa sanitaria, ma sarebbe il nuovo Senato il vero mediatore– lì infatti si troverebbero i rappresentanti delle Regioni. Si interroga ancora il professore, e se nel Senato ci fosse una maggioranza senatoriale differente dalla maggiorana governativa? Questo possibile evento, per qualcuno questo complicherebbe le cose e rallenterebbe il sistema, per altri innescherebbe solo una dialettica fra le varie parti.

Esattamente lungo questa china frastagliata si fronteggiano le ragioni del SI e del NO.

Le Ragioni del SI

C’è chi dice Sì. Durante un dibattito di pochi giorni fa con tema “Riforma Costituzionale e Salute: possibili scenari nazionali e regionali”, organizzato da Roche con il patrocinio di Farmindustria e dell’Osservatorio nazionale sulla salute delle Regioni, alla camera del Commercio del Tempio di Adriano si sono dibattuti temi come l’abrogazione della legislazione concorrente, la clausola di supremazia, i LEA e la mobilità interregionale per motivi di cura.

Tra i favorevoli alla riforma Renzi-Boschi c’è il Segretario di Cittadinanzattiva Antonio Gaudioso che ha sottolineato la possibilità di ricucire un Sistema Sanitario Nazionale spezzettato e porre fine allo scaricabarile per il mancato rispetto dei LEA (i livelli essenziali di assistenza) che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.

Secondo Walter Ricciardi, presidente dell’ISS e dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute delle Regioni, dal referendum del 2001 si è affermata una tendenza che nuoce agli abitanti di alcune Regioni, in particolar modo quelle meridionali come Campania, Calabria o Sicilia, dove l’aspettativa di vita è addirittura 4 anni in meno rispetto al resto d’Italia e vi è penuria di screening oncologici, assistenza domiciliare, terapia del dolore. I cittadini del Sud pagano di più nonostante i deficit dei Servizi, e devono cambiare Regione per curarsi. Se la tutela della salute è in mano allo Stato, potrebbero essere livellate queste differenze.

Altro argomento sul braciere della discussione sono i farmaci: l’accesso ai Farmaci che varia da Regione a Regione e le dinamiche di contrattazione che al momento, complici un primo passaggio all’Aifa ed un secondo Regione per Regione, nell’opinione del presidente di Farmindustria Scaccabarozzi rallentano tanto la distribuzione quanto lo sviluppo economico ed aziendale del settore. E sottolinea, a pagarne le conseguenze sono soprattutto i pazienti.

Le Ragioni del NO

C’è chi dice No, come il giurista e docente Luca Benci. Firma di Quotidiano Sanità, ha redatto un opuscolo per spiegare la sua opposizione alla proposta del governo ponendo una particolare attenzione all’aspetto sanitario della riforma.

Il professore, che insegna diritto sanitario, evidenzia innanzitutto un rischio di vuoto legislativo: se allo Stato competono le “disposizioni generali e comuni”, alle Regioni l’assistenza (sanitaria e ospedaliera), a chi competono le disposizioni non generali e non comuni, che non sono assistenza? In fin dei conti a entrambe, grazie alla clausola di co-legislazione presente nella riforma. Insomma, per le disposizione più specifiche e di dettaglio della tutela della sanità, torna di fatto la legislazione concorrente, per cui Stato e Regioni co-decidono.

Ma è possibile anche l’inverso grazie alla clausola di supremazia. Secondo il nuovo testo proposto lo Stato potrebbe intervenire nelle materie in mano alle Regioni quando “la tutela giuridica o economica della Regione, ovvero la tutela dell’interesse Nazionale” lo richieda; i criteri di intervento sono però generali e lasciano un ampio margine per l’interpretazione. Agli occhi di Benci, un tuffo nel passato: si tornerebbe al 1970, quando gli enti regionali erano inesistenti.

In definitiva, scrive, approvata la riforma questi gli scenari: o lo Stato non utilizza la clausola di supremazia, e allora cambia poco dato che Regioni e Stato tornano a co-legislare, con i relativi problemi per i vuoti e le ambiguità del testo revisionato, oppure lo Stato la utilizza, con un forte effetto di accentramento. Le Regioni potrebbero diventare dei semplici supervisori mentre il Ministero deciderebbe l’orario dell’apertura e chiusura degli ospedali, il numero delle ASL e via dicendo. Qualcosa che a livello concettuale ricorda le Regioni cosiddette commissariate (oggi 8 su 21, l’antitesi delle regioni virtuose come Toscana, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e altre), che rispondono direttamente al Governo. Regioni che in realtà non sembrano affatto migliorate- ma anzi, si è detto, peggiorano.

Il Referendum

Due note sul referendum costituzionale. La riforma Renzi-Boschi, contenuta nella legge costituzionale, è stata approvata il 12 Aprile 2016 da meno dei 2/3 del parlamento, con una “minoranza stretta”. La legge in questi casi impone che la riforma sia esposta al parere dei cittadini- cosa che avverrà il 4 dicembre venturo. Tralasciando il percorso di questo progetto di revisione costituzionale -a commentarlo si rischia di scivolare nel fazioso- è utile ricordare che il referendum non prevede un quorum. Vale a dire che il testo passerà se fra i votanti prevarranno i Si, non passerà se prevarranno i No, a prescindere dal numero dei cittadini che si recherà a votare.  Ogni voto, quale che sia, conta- come la nostra salute, che dal voto dipende.

Dunque, questa revisione, s’ha o non s’ha da fare?

FONTI | articolo 1 ; video dibattito ; testo riforma Costituzione con originale a fronte