Francesca Grosso, Studentessa di Medicina in Libano

Il Libano

Sono una studentessa di medicina al quinto anno, e da tre anni ho la fortuna di partecipare ai programmi di scambio estivi organizzati dall’IFMSA, che comprendono un mese di tirocinio presso un ospedale universitario del mondo. Quest’anno ho scelto il Libano, paese incastonato tra Siria e Israle, isola (non proprio) felice, storico porto franco, tanto da essere chiamata la “Svizzera del Medio Oriente” quando era sotto la dominazione francese negli anni 60.

Di francese ormai in Libano rimane la lingua, che i libanesi amano mischiare tout court all’arabo e all’inglese (“hi, keefak, ca va?” ) e la tolleranza verso la pluralità di culture religiose, nonché delle loro manifestazioni. E’ molto comune vedere infatti una donna in minigonna camminare accanto ad una con un lungo niqab nero, senza che nessuna delle due desti scandalo.

Solo in Libano ci sono 18 confessioni religiose, delle quali le quattro più importanti sono il cristianesimo di confessione Maronita, i musulmani sciiti, quelli sunniti e la religione drusa.

La loro coabitazione pacifica  del territorio è  iniziata lentamente dopo la guerra civile durante gli anni 70 e durata 20 anni, che ha visto Beirut come teatro del terrore (sulla corniche, circondato dagli hotel più lussuosi è ancora possibile ammirare l’ex Holiday Inn hotel ridotto a groviera dai cecchini).

Tuttavia si parla appunto di coabitazione, e nient’altro. Ogni religione forma infatti una setta chiusa che non si arrischierebbe a compenetrarsi con le altre neanche nelle più estreme condizioni. I cristiani hanno i loro quartieri, Achrafieh e Mar Mikhael, che sono i più occidentali e dove la vita notturna è più ricca,  i sunniti ne hanno altri, così come gli sciiti. Tra membri di una stessa setta c’è cameratismo, e ci si favorisce nei diversi ambiti. I matrimoni sono celebrati quasi esclusivamente all’interno della propria comunità, laddove comunità può significare setta religiosa, ma anche famiglia.

Consaguinetà e patologia

Il Libano ha infatti un tasso di matrimoni consanguinei del 33,5% (Barbour and Salameh, 2009). Il matrimonio all’interno della famiglia  è una pratica antica, radicata nella comunità araba, dove si crede che contraendo un patto nuziale del genere si garantisca la stabilità del matrimonio, i rapporti familiari, e si eviti che il patrimonio vada dissipato.

La distribuzione dei matrimoni consanguinei varia moltissimo anche geograficamente in Libano, con una netta prevalenza nelle aree rurali, come per esempio nei monti dello Chouf, (tuttavia anche a Beirut il tasso è alto, circa il 25% dei matrimoni è celebrato fra cugini).

Se i dati sull’impatto della consanguineità sulla fertilità e sulla mortalità sono controversi, sono invece molto chiari gli studi che riportano una maggiore incidenza di patologie di origine genetica. Uno studio del 2014 (Ghunwa Nakouzi et al.) ha analizzato importanti database come il Catalogue of Transmission Genetics in Arab (CTGA) e l’ Online Mendelian Inheritance in Men (OMIM) ed ha redatto una lista di tutti le 378  patologie genetiche presenti in Libano, (link) delle quali il 67% segue un pattern di ereditarietà autosomica recessiva, dato l’aumento delle possibilità che entrambi i genitori siano eterozigoti per uno stesso allele.

Purtroppo i dati sulle incidenze singole di ogni malattia non sono ancora disponibili, tuttavia si è invece dimostrato che per malattie ad alta incidenza come la beta-talassemia, la febbre mediterranea e una vasta gamma di aminoacidopatie, rispettivamente il 63, il 33 e il 60% sono dovuti alla consanguineità.

Un altro studio (Jalkh N. et al)  ha analizzato i genomi di un campione proveniente da quattro popolazioni residenti in Libano, i Greci Ortodossi, i Maroniti, gli Sciiti e i Sunniti, e ha concluso che anche per le coppie che avevano contratto un matrimonio non consanguineo, i due genomi mostravano un certo grado di “parentela”, testimoni dell’antichità della pratica.

Questi dati sono il frutto delle mie ricerche dopo un mese passato negli ambulatori di pediatria del bellissimo ospedale dell’American University of Beirut (AUBMC), dove oltre alla sconvolgente casistica legata al problema dell’ inbreeding, ancora più sconvolgente è stato vedere come nessuna di queste madri sapeva dei rischi che riguardavano la loro prole se avessero continuato a fare figli, né tantomeno spesso questi bambini ricevevano una diagnosi nelle poche cliniche dislocate fra le montagne. Non era raro infatti ascoltare casi dove la mamma aveva portato in ospedale il suo terzo figlio dopo che i primi due erano già morti della stessa malattia.

La Denuncia

Nella letteratura che riguarda  questo problema e specificatamente per il territorio Libanese, emerge la denuncia effettuata da molti medici dell’assenza di un counselling genetico disponibile per le coppie, e quei pochi laboratori che offrono un servizio di diagnosi genetica sono privi di un medico capace di interpretare i risultati. In più i genetisti riconosciuti tali sono solo 5 e lavorano tutti all’AUBMC.

Qualsiasi intervento di prevenzione tramite screening genetico è ancora una chimera, il che è un paradosso, essendo la popolazione Libanese ad alto rischio.

Durante questo mese ho parlato con molti dei miei colleghi libanesi, studenti dell’AUB, e nei nostri discorsi ho visto in alcuni una resistenza nel parlare con una europea scandalizzata (un clichè) delle loro complesse strutture sociali, altri hanno cercato di spiegarmi qualcosa e altri ancora si sono messi a ridere. Mi ha colpito particolarmente una ragazza che stava facendo uno stage al ministero della salute libanese, che alla mia domanda “ma farete presto una campagna di sensibilizzazione contro i matrimoni consanguinei?”  ha risposto meravigliata “ nooo! Perché?  Se due cugini si amano, perché proibirgli di sposarsi?”.

Penso proprio che le questioni di biologia abbiano poca presa al ministero.

Ringraziamo Francesca Grosso, autrice dell’articolo, per aver condiviso con noi la sua esperienza di Studentessa di Medicina integrata in un Paese estero.