Cattive Notizie: Come Comunicarle al Paziente

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Cattiva notizia: un’informazione che comporta nella persona che la riceve un deficit cognitivo, comportamentale ed emotivo che persiste anche dopo che la notizia è stata data.
Si può dunque comprendere come una notizia, per essere percepita come cattiva, non debba necessariamente essere grave in quanto, a seconda della singola persona che si ha di fronte, essa potrà impattare in molteplici modi sulla qualità di vita.

Se per definizione una cattiva notizia comporta un risvolto negativo per il paziente, allo stesso tempo anche il medico che la comunica può essere soggetto a forte stress, stress che nel lungo termine può condurre a burnout, una sindrome da esaurimento emotivo correlata al lavoro.
Comunicare cattive notizie è infatti uno tra gli aspetti più complessi e impegnativi della professione medica.

Dal momento che entrambe le parti vengono fortemente coinvolte dalla comunicazione di una cattiva notizia, appare evidente come sia vitale gestire al meglio il colloquio col paziente. Ma come?

Sebbene si pensi che la capacità di comunicare tali notizie sia una dote innata, è possibile dimostrare come si possa non solo acquisirla, ma anche allenarla.
A tal fine sono importanti i modelli proposti dal Dr. Anthony Back del Fred Hutchinson Cancer Research Center, modelli che rispondono al duplice bisogno del paziente: da una parte quello di conoscere e capire, dall’altra l’essere riconosciuto e capito.

SPIKES

Il primo modello è lo SPIKES, acronimo che racchiude i 6 punti chiave della comunicazione medico-paziente.

Setting up
Vale a dire la preparazione dell’incontro.
Il nostro primo obiettivo è quello di creare un ambiente dotato di privacy nel quale il paziente possa parlare senza particolari limiti di tempo, protetto da eventuali interruzioni e in compagnia, se vuole, di una persona per lui significativa.

“C’è qualcuno che vorrebbe con sé durante il colloquio?”

Perception
Per evitare di sovraccaricare il paziente con informazioni che potrebbe non essere ancora disposto o pronto a ricevere è opportuno sondare il terreno con domande aperte volte a comprendere come il paziente percepisce la propria condizione a fronte di ciò che gli è stato detto fino a quel momento.
Questa fase è per noi doppiamente utile, poiché ci permette di valutare contemporaneamente le informazioni di cui dispone il paziente, il suo livello di comprensione e il vocabolario utilizzato, così da adeguare in una seconda fase il nostro linguaggio al suo. Un grosso problema nella comunicazione medico-paziente è infatti l’incomprensione che si può generare dall’uso di una terminologia eccessivamente tecnica.

“Cosa ha compreso finora dalle visite che ha fatto?”

Invitation
Dopo aver lasciato parlare il paziente della propria condizione è necessario poi ottenere il suo invito esplicito ad aggiungere le nuove informazioni di cui disponiamo.
Anche se la maggior parte dei pazienti vorrà probabilmente ricevere molte informazioni, vi potranno altresì essere persone, sopratutto già in trattamento per una malattia che progredisce inesorabilmente, che preferiranno concentrare il discorso solamente su cosa fare in futuro.

“Preferisce scendere nei dettagli o avere il quadro generale della situazione?”

Knowledge
Si entra ora nella fase più delicata del colloquio. Sta a noi rivelare le informazioni di cui disponiamo e un “warning shot” potrebbe essere l’opzione migliore per introdurre il discorso.

“Visti i risultati degli ultimi esami vorrei parlare con lei; anche in relazione alle decisioni da prendere.”

Dobbiamo usare un linguaggio idoneo e, anche se tentati di “addolcire la pillola”, essere il più onesti possibile.
Inoltre, piuttosto che inondare il paziente con tutto ciò che abbiamo da dirgli, dovremmo suddividere il colloquio in vari punti chiave e verificare la comprensione del paziente al termine di ciascuno step.
Durante la comunicazione frasi come “non c’è più nulla da fare” non dovrebbero avere spazio, in quanto oltre a essere false, hanno un forte impatto negativo che può perdurare anche molto tempo dopo il colloquio.

Emotions
Dopo aver ricevuto la cattiva notizia probabilmente il paziente sarà assalito da varie emozioni. Il nostro compito è quello di riconoscere tali emozioni e lasciare al paziente lo spazio e il tempo necessari a elaborare il tutto.

“Capisco che non sia ciò che si aspettava. Si prenda il tempo necessario e mi dica quando è pronto per proseguire”

Se necessario possiamo anche chiedere al paziente di esprimere verbalmente ciò che prova, così da comprendere quali siano i temi più significativi per lui e incentrare il dialogo su quelli.

“A cosa sta pensando? E quali sono ora le sue principali paure?”

La E di SPIKES può essere inoltre ampliata attraverso il secondo modello proposto da Back: NURSE (Name, Understand, Respect, Support, Explore Emotions). Riassumendo, attraverso la denominazione delle emozioni del paziente, dobbiamo esplorarle e mostrare comprensione, rispetto e sostegno in relazione ad esse.

Strategy and Summary
Al termine del colloquio è infine utile riassumere i punti salienti del discorso e pianificare il percorso terapeutico. È importante tenere a mente che la strategia terapeutica deve essere concordata con il paziente, il quale è parte attiva del processo decisionale: il medico mette a disposizione la sua competenza scientifica e il paziente valuta benefici e rischi in relazione ai propri valori (modello di “Shared Decision Making“).
Concluderemo con un “Ci sono altre domande che vorrebbe farmi?” per essere sicuri di aver risolto ogni possibile dubbio sottolineando che “non esistono domande stupide”, ogni domanda deve essere affrontata col massimo rispetto.

Vantaggi di un training specifico

Da una parte si hanno diversi vantaggi per il paziente. Già solo dedicando 20-40 secondi a un approccio empatico non solo viene migliorata la percezione che il paziente ha del colloquio, ma si riduce anche l’ansia provata dal paziente e si aumentano le informazioni che trattiene al termine del colloquio stesso.
Dall’altra vi è una minore probabilità che il medico vada incontro a burnout e ciò torna di nuovo a beneficio del paziente, oltre che del medico.

“Non dobbiamo solo curare il male della persona ma anche curare la persona con il suo male”

FONTI | Il potere delle parole: potenziare la comunicazione medico-paziente