La rabbia e il cordoglio: bombe sugli ospedali

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A man wearing a surgical mask walks, 14 October 2015, amongst the debris of the damaged and burnt-out MSF Trauma Centre in Kunduz, northern Afghanistan

Bombe sugli ospedali. Alla faccia della Convenzione di Ginevra e dello Statuto di Roma del 1988, il millennio è nuovo ma le atrocità già vi si affacciano prepotenti, di nuovo. Troppe e allarmanti, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto redigere d’urgenza un rapporto a tema: uno studio sugli attacchi deliberati alle strutture di cura durante i conflitti.  Il panorama che affiora è disarmante, ma non disarma chi di dovere, purtroppo.

Schegge nei muri. Sono tutte attorno a Elizabeth Hoff, mentre parla alla telecamera, nei pochi muri alle sue spalle che si reggono ancora in piedi. Con la lucidità del diplomatico, sta chiedendo all’OMS e al consiglio delle Nazioni Unite di usare ogni briciola della loro influenza per arrestare una situazione disastrosa: è il 21 Novembre e la zona orientale di Aleppo non ha più nemmeno una struttura di cura funzionante, come rappresentante dell’OMS della regione Elizabeth non può stare in silenzio. Fermate gli attacchi agli ospedali in qualche modo, fatelo- è quasi una preghiera la sua.

Da Gennaio 2014 a Dicembre 2015 si è a conoscenza di almeno 594 attacchi a strutture sanitarie, che hanno causato 959 morti e 1561 feriti. Un quarto di questi attacchi è diretto contro gli operatori stessi, più della metà contro le strutture. Danni collaterali di manovre belliche? No, il 62% degli attacchi è stato intenzionale.

Il 2015 è stato un anno che ricorderemo come l’anno in cui più persone al mondo si sono trovate ad avere bisogno di cure durante un conflitto armato: la cifra è 125 milioni. E’ il numero più alto di sempre. E a fare strame di ogni possibile stralcio di umanità è la continua, ostinata violenza contro gli operatori sanitari e i luoghi di assistenza.  Non bastava che dovessero sfidare ogni minuto l’afflusso incontrollato di feriti, l’insufficienza di risorse, il pericolo sopra la testa, lo stress emotivo: erano comunque troppo bravi, questi operatori. Ora sono un obiettivo di guerra, come le testate nucleari.

E’ pericoloso sia chi disintegra la vita che chi prova a rimetterne assieme i pochi granelli rimasti.

“Le schegge erano ovunque. E quando hanno smesso con i colpi di mortaio e le granate, il Movimento di Liberazione del Sudan da un lato e l’esercito governativo del Sudan dall’altra parte, hanno lasciato solo fuliggine”.

Lo racconta Ali Naraghi, era il 2005 e come altri operatori della Croce Rossa era anche lui presente durante lo scontro. Oggi Naraghi coordina il progetto “Health Care in Danger” per istruire medici, infermieri e volontari a fronteggiare attacchi al proprio lavoro, ostacoli al proprio operato. Che sia la creazione di un canale confidenziale con le parti in conflitto per proteggere i presidi sanitari o quella di no-fly zone, che siano sanzioni economiche dirette ai belligeranti o restrizioni di viaggio, la salvaguardia del sistema-salute di un paese è una priorità imprescindibile.

Siria, striscia di Gaza, Iraq, Pakistan, Ucraina… sono 19 i paesi che trovano tristemente spazio nei grafici dello studio-panoramico dell’OMS sugli attacchi alle strutture di cura e ai suoi operatori: pochi contro i pazienti (il 4%), e più della metà perpetrati da soggetti dello Stato, il 53%- mentre il 30% è dovuto a soggetti non statali. Degli altri non si conoscono i decisori. Ne sa qualcosa MSF quando, nell’ottobre 2015, le forze militari USA hanno bombardato un loro trauma-center nell’Afghanistan del Nord. Attacco giustificato superficialmente, ma come altri atti simili è un evento che il territorio attorno pagherà per anni.

Ogni presidio sanitario sbriciolato in un nugolo di schegge è una condanna a lungo termine per la salute delle popolazioni attorno e per la salute pubblica globale: i servizi di cura non si possono ricostruire in un battibaleno e lasceranno i civili orfani di cure per molto tempo.

Servono dati accurati, database aggiornabili ovunque e accessibili, servono misure e regolamentazioni, restrizioni, azioni congiunte degli attori politici e delle ONG.

Serve che queste schegge di mortaio la smettano di trapassare la dignità di una umanità sempre più logora, arrabbiata, disperata: sono atti francamente indifendibili.

Non ne possiamo più.

 

FONTI | WHO bulletinReport “Attacks on health care”