Clostridium difficile: nuovi farmaci per ridurre le recidive

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Una delle complicanze più temibili di un lungo trattamento antibiotico è l’infezione da Clostridium Difficile. Questo spesso non viene eradicato totalmente grazie agli antibiotici comunemente utilizzati, portando quindi frequenti recidive. Una nuova ricerca inglese ha portato brillanti novità in ambito farmacologico.

Lo studio

Condotto da Mark Wilcox, professore di Microbiologia presso l’Università di Leeds, e pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha messo in luce due farmaci: chiamati bezlotoxumab e actoxumab, che andrebbero aggiunti al trattamento antibiotico classico per ridurre sensibilmente il rischio di una recidiva dell’infezione. Si tratta di anticorpi monoclonali umanizzati in grado di legare le tossine di C. Difficile, bloccandone l’azione.

La ricerca ha coinvolto 2.655 adulti in oltre 300 ospedali in 30 paesi in tutto il mondo. Tutti i partecipanti hanno avuto primarie o ricorrenti infezioni da C.difficile e sono stati trattati con una cura standard di  antibiotici per poi venire assegnati in modo casuale a ricevere infusioni di:

  • Una singola dose di actoxumab (10 mg/kg)
  • Una singola dose di bezlotoxumab (10 mg/kg)
  • Una singola dose di bezlotoxumab più actotoxumab (10 mg/kg)
  • Un placebo

Gli effetti collaterali più frequentemente evidenziati in tutti i gruppi di trattamento sono stati nausea e vomito (presenti nel 5,9% dei pazienti di tutti i gruppi).

Dopo il trattamento iniziale i pazienti sono stati poi seguiti per 12 settimane per verificare quanti di loro avrebbero sviluppato un’altra infezione da C.difficile:

  • Nel gruppo actoxumab: il 26%
  • Nel gruppo bezlotoxumab: il 17%
  • Nel gruppo bezlotoxumab + actotoxumab: il 15%
  • Nel gruppo placebo: il 27%

Sembra dunque abbastanza evidente che bezlotoxumab sia particolarmente efficace nel ridimensionare le possibilità di recidive, soprattutto in quei pazienti con fattori di rischio per esito sfavorevole, tra cui l’età avanzata, immunocompromissione e gravi altre infezioni.

“Meno infezioni ricorrenti significherebbe meno necessità di utilizzare gli antibiotici, un minor numero di ricoveri ospedalieri e, eventualmente, una riduzione delle morti” Mark Wilcox

Informazioni sul C.Difficile

I clostridi sono un genere di batteri ubiquitari (presenti anche nella flora commensale) appartenenti alla famiglia delle bacillaceae. Si tratta di batteri Gram positivi strettamente anaerobi e sporigeni. La loro patogenicità deriva dalla capacità di sopravvivere in condizioni avverse sotto forma di spore, di crescere rapidamente in ambiente privo di ossigeno e di produrre esotossine citolitiche, enterotossine e neurotossine.

Uno dei clostridi più importanti è sicuramente il Clostridium Difficile. Si tratta di un batterio responsabile di malattie dell’apparato gastrointestinale di tipo iatrogeno, cioè associato all’uso di antibiotici che, da un lato, alterano il normale equilibrio della flora intestinale permettendo la moltiplicazione del batterio (qualora già presente) e, dall’altro, rendono il soggetto più suscettibile ad acquisizione esogena di C. difficile.

La malattia insorge in seguito a proliferazione del batterio nel colon e può manifestarsi a vari livelli di gravità; da infezione asintomatica fino a colite pseudo membranosa, la quale può essere fatale. I soggetti più a rischio sono pazienti ricoverati che ricevono trattamento antibiotico e soggetti non ospedalizzati ma sottoposti ugualmente a lungo trattamento con antibiotici.

La patogenicità del Clostridium Difficile dipende principalmente dalla produzione di due tossine, un’enterotossina  e una citotossina. L’enterotossina promuove la chemiotassi dei neutrofili verso l’ileo inducendone la produzione di citochine; inoltre distrugge le giunzioni tra le cellule intestinali aumentandone la permeabilità, con conseguente diarrea e necrosi emorragica. La citotossina causa invece depolarizzazione dell’actina con conseguente distruzione del citoscheletro. Nel 2003 è stato identificato un nuovo ceppo particolarmente virulento per una mutazione del gene regolatore della produzione delle tossine, con conseguente produzione di tossine in quantità superiori da 16 a 23 volte, oltre che per la produzione di un terzo tipo di tossina dimerica, il cui ruolo fisiologico deve ancora essere confermato.

La diagnosi di infezione da Clostridium Difficile si effettua analizzando campioni fecali per l’identificazione dell’enterotossina o della citotossina, mentre spinosa è la questione che riguarda la terapia. A dire il vero a volte basta interrompere il trattamento antibiotico che ha permesso la proliferazione del microbo, dal momento che si tratta di infezioni iatrogene. Nei casi più gravi si ricorre ad un trattamento con ampicillina, vancomicina e metronidazolo. Il problema più grande riguarda il tasso di riattivazione dell’infezione batterica post trattamento, tasso che si attesta sul 20-30% dei casi. Queste infezioni ripetute sono più difficili da trattare, possono avere esiti più gravi per il paziente e sono associate a più ricoveri: è quindi importante trattare i primi episodi di infezione da C.difficile in modo efficace, cercando di ridurre al minimo le possibilità di recidive.

FONTI | MediMagazine, Medicalxpress