Eutanasia: il grande tabù italiano

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eutanasia

Il 5 febbraio di quest’anno la storia di SLA del signor Dino Bettamin è giunta a termine, con l’ottenimento dell’esercizio del diritto della cosiddetta sedazione profonda. Il signor Dino non desiderava morire di una violenta crisi respiratoria, ma ha scelto e richiesto di addormentarsi ricorrendo ai termini di legge, attraverso una massiva somministrazione di sedativi. La notizia ha altresì riaperto il dibattito sul collaterale tema dell’eutanasia, tutt’oggi imprigionato in una rete di ipocrisie e scarichi di responsabilità. A che punto è l’Italia sul tema della “dolce morte”?

Pescate, provincia di Lecco, 18 gennaio del ‘92. Una giovane di 21 anni è di rientro da una festa, quando all’improvviso perde il controllo dell’auto, schiantandosi contro un palo della luce. Le gravissime lesioni craniche ed una frattura alla colonna le causano il coma cerebrale e la paralisi di tutti e quattro gli arti. Quella ragazza si chiamava Eluana Englaro. Un nome destinato a risuonare per 17 interminabili anni nelle pagine di cronaca, nei dibattiti bioetici e nelle coscienze di tutti noi. La fine della sua vita segnò inevitabilmente l’inizio di una battaglia, che scuoterà gli animi dormienti delle nostre istituzioni di fronte ad un interrogativo rimasto oggi, ancora miseramente irrisolto.

E dunque, quando il corso di una vita viene così brutalmente spezzato, lasciando tracce di sé in una disperata agonia, quando un imprevisto o una malattia degenerativa decidono che la vita debba divenire esistenza, chi ha il diritto di scegliere? Si tratta davvero dell’arrogante pretesa di disporre della vita altrui? O è semplicemente il trattamento più compassionevole, il rispetto di volontà ultime, di fronte all’impotenza per sofferenze incolmabili? E, soprattutto, quale delle due strade lede la dignità umana? Quale la preserva?

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Lo stato dell’arte dell’eutanasia in Italia.

Il nome di Eluana è soltanto una delle tante, affermate bandiere di battaglie estenuanti sul diritto alla vita e sulla libera volontà di porgli fine. Come non ricordare infatti la guerra gentile di Piergiorgio Welby, il caso italo-americano di Terri Schiavo, o il recentissimo appello di dj Fabo, che oggi scrive al nostro Presidente:

“…da più di 2 anni sono bloccato in una notte senza fine. Vorrei poter scegliere di morire, senza soffrire.”

Le loro storie si accomunano a quelle di centinaia di persone nelle medesime condizioni e chiamano in causa la nostra coscienza critica, coinvolgendo in qualche misura il futuro di tutti noi. 

Spesso si fa riferimento a ciascuno di questi casi, parlando esclusivamente ed arbitrariamente di “eutanasia”. Il termine affonda le sue radici nel greco antico, dalla parola ԑυθάνατος (euthanatos), il cui significato vagamente poetico è di “morte bella, felice, dolce”. In realtà, da un punto di vista etico e legale si distinguono diverse, sottili sfumature:

  • Sedazione palliativa: è il caso del signor Bettamin ed è chiaramente legiferato dal nostro sistema giuridico. Una prassi consolidata per i malati oncologici e a cui si ricorre in caso di sofferenze incontenibili. Non si tratta di eutanasia, in quanto non c’è alcuna richiesta di morire da parte del paziente.
  • Eutanasia attiva: è da intendersi quando il personale medico provoca volontariamente la morte dell’assistito, mediante la somministrazione di sostanze o farmaci. In Italia viene assimilata al reato penale di omicidio del consenziente e comporta la reclusione dai 6 ai 15 anni (articolo 579 del cod. penale).
  • Eutanasia passiva: prevede l’interruzione delle cure e dei trattamenti medici predisposti per la continuazione della vita. Comporta una responsabilità penale minore, specialmente perché rende difficilmente dimostrabile un’eventuale accusa di omicidio.
  • Eutanasia volontaria: attraverso il testamento biologico, il paziente ne fa richiesta esplicita.
  • Suicidio assistito: qualora l’assistito decida di porre fine alla sua vita – anticipando quindi il decorso naturale della malattia – ed il personale medico collabori, su sua richiesta. La differenza con l’eutanasia attiva è specificatamente etica: il suicidio assistito comporta un coinvolgimento indiretto del medico ed una maggiore autonomia del paziente.

Rimane l’estero l’unica soluzione?

Concediamoci una semplice riflessione. Ad oggi le istituzioni vengono ciclicamente esortate da casi eclatanti come quello dell’Englaro e convivono quotidianamente, in un limbo di pavida indifferenza, con le storie di sofferenza di centinaia di persone in attesa di una qualunque risposta. In molti sono ancora convinti che il problema sia fermo ad incoercibili  posizioni laico-religiose. In realtà la questione delle convinzioni personali di singole fazioni, è superato da un irrisolto ben più concreto e, se vogliamo, più semplice: l’Italia manca di una legge ad hoc. Si è dunque costretti a barcamenarsi tra teorie costituzionali sulla tutela della vita e della salute e l’avverso articolo 32, che riconosce il diritto del paziente al rifiuto delle cure. La diretta conseguenza è il ricorso – per chi può permetterselo – alla solita soluzione estera, mentre il personale medico rimane vincolato al bivio della delicata scelta tra deontologia e rispetto, compassione e legalità. Senza alcun riguardo o tutela per l’esercizio della professione.