Il fardello della consapevolezza

Avete mai letto il referto di un esame clinico di un vostro caro? Nel mentre, accorgendovi vi fosse anche un solo valore alterato e significativo, avete provato un angoscia tremenda.

Domenico Posa

Al primo anno di medicina ogni studente frequenta un corso il cui arduo obiettivo è l’insegnamento della cosiddetta “relazione medico-paziente”. Pochi CFU, una manciata di ore, per sperare che il neoaspirante medico acquisisca una competenza tale da fronteggiare degli occhi colmi di dolore.

Ma se quegli occhi appartenessero a qualcuno di cui ci importa davvero?

Nulla è esemplificativo più del primo giorni in cui varchiamo la soglia di un reparto. Pochi minuti a contatto con un paziente e le nozioni sulla comunicazione repentinamente apprese per l’ingordo risultato di un insignificante esame, svaniscono nel nulla.  E se un tale cambiamento lo si apprende sin dalla prima visita in corsia, quale l’effetto di un’analoga situazione con un proprio caro?

A chi più chi meno, capita spesso nel corso della travagliata laurea in medicina che una persona a noi vicina ci domandi lumi. La gran parte delle volte, diciamoci la verità, più che un consiglio ci sono comunicati i rancori verso un medico dall’atteggiamento superficiale, i dubbi circa il proprio stato di salute (con annesse soluzioni) o la buona riuscita di un esame.

Sono rare, invece e per fortuna, le occasioni in cui c’è da soffermarsi a pensare. Impariamo gradualmente ad osservare, a valutare ed a ponderare le nostre risposte, ma ciò che assimiliamo sin da subito è il saper cogliere quei campanelli di allarme ai più insignificanti. Nel corso “relazioni medico-paziente” non c’è clausola che preveda che il paziente sia nostra madre, nostro padre o nostra sorella, ma è un asettico e mistico personaggio in cui per giunta ci immedesimiamo in quel bel teatrino che componiamo per “allenarci” a comunicare la notizia.

Siamo onesti, la prima volta che è accaduto è stato per tutti noi solo panico. Qualunque sia stata la nostra risposta son certo fosse carica di tensione, abbozzata fra tecnicismi e rassicurazioni, consapevole del ruolo assunto in quell’istante. Almeno la mia, è stata così.

Nessuno ci insegna, se pur sia possibile apprenderlo, ad interagire con le nostre paure più remote.

Parrebbe un paradosso che proprio dalle persone da cui non verresti mai giudicato per delle tue conoscenze ancora in formazione, il carico emotivo sia il fardello più cospicuo da sopportare nel fornire una semplice risposta. Ed invece semplice non lo è, sperimentiamo la consapevolezza. Siamo a conoscenza di una possibile prognosi, della difficoltà a fornire una esaustiva spiegazione (spesso mancante) e dell’iter terapeutico. Siamo preoccupati.

Una preoccupazione che, alla luce delle nostre conoscenze, non ci molla. Un sentimento ingenuo, un’emozione che facciamo trasparire. Spesso mi domando, è questo il peso che ci poteremo dietro per essere quei pochi “privilegiati” ad aver un bagaglio culturale medico? L’esperienza potrà davvero levigare le puntigliose sfumature delle nostre emozioni?