Diabulimia: l’incontro tra disturbi del comportamento alimentare e diabete

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In Italia si parla ancora di casi sporadici di diabulimia ma in USA si stima che circa il 40% delle giovani donne con diabete mellito di tipo 1 (DM1) presenti questa condizione.

1970, ad una ragazzina di 11 anni è diagnosticata una condizione di DM1. Nel 1976 il suo peso è di 72,5 kg, con un piano terapeutico che prevede 100g di carboidrati al giorno e 100 U d’insulina. In seguito, per frequenti ipoglicemie la dose insulinica giornaliera sarà corretta ad 80 U e la ragazzina presenterà un calo ponderale di 2,5 Kg. Gli anni successivi, nei rispettivi controlli, si evidenzierà una continua riduzione del peso corporeo (raggiungendo una condizione di sottopeso), scarso controllo glicemico, frequenti ipoglicemie e casi di glicosuria. Poco tempo più tardi la ragazza presenterà grave sottopeso, completo rifiuto per il cibo e dose insulinica giornaliera pari a 6U giungendo qualche giorno dopo in ospedale per coma chetoacidosico.”

Quello appena letto è un estratto di uno dei primi “case study” in cui è descritto nel migliore dei modi quello che è la diabulimia. Pazienti con DM-1, tendenzialmente adolescenti e giovani donne con condotta alimentare di tipo bulimico, anoressico o anche ortoressico, che cercano di ridurre il proprio peso corporeo attraverso una somministrazione sotto-dose d’insulina.

Dalla metà degli anni ’70, in cui si osservavano le prime associazioni tra DM1 e disturbi del comportamento alimentare (DCA), ad oggi, queste situazioni si sono presentate sempre con più frequenza ai medici e solo nel 2009, a questo quadro, un gruppo di medici britannici ha dato il nome di diabulimia.

In realtà, questa condizione attualmente non è formalmente riconosciuta in campo medico non essendo stata inserita nel DSM-V.  Questo la rende difficile da rilevare oltre a sottostimare la sua reale prevalenza. Nel presente anno tuttavia la National Institute of Health and Care Excellence (NICE) dovrebbe pubblicare le prime linee guida.

Sicuramente, per fattori soprattutto culturali, la prevalenza dei DCA nel mondo occidentale è aumentata negli ultimi decenni. Inoltre, studi hanno mostrato come negli adolescenti con DM1, si ha una possibilità circa 2 volte superiore a quella della popolazione non diabetica di andare incontro a DCA.

Dobbiamo comunque tenere sempre presente che il fallimento nell’adesione al regime terapeutico da parte dei pazienti con DM1 è ogni modo multi-fattoriale.

A voler riassumere e semplificare possiamo dire che sicuramente la diagnosi di diabete costringe ad un regime alimentare controllato, all’obbligo di auto-somministrarsi l’insulina e pone di fronte alla certezza che con questa patologia si dovrà convivere per tutta la vita. Inoltre, essendo l’insulina un ormone con proprietà anaboliche, tendenzialmente indurrà, con l’inizio del trattamento, un aumento di peso nell’individuo; da qui, in aggiunta a caratteristiche psicologiche, culturali e caratteriali, la ridotta somministrazione o la rinuncia volontaria all’insulina da parte del paziente che si assocerà a condotte alimentari come vomito autoindotto, privazioni, abbuffate e manie ossessivo-compulsive.

Per quanto concerne le complicanze associate a questa condizione possiamo affermare che sono le stesse riscontrate nel DM1 non trattato. Distinguiamo quindi complicanze acute e croniche. Tra le complicanze acute la cheto-acidosi rappresenta la condizione più grave potendo indurre anche il coma chetoacidosico e la morte. Nelle complicanze croniche invece identifichiamo principalmente le microangiopatie a livello retinico e glomerulare, neuropatia e macroangiopatia. Inoltre, se il paziente raggiungerà livelli di magrezza moderata o addirittura grave, tenderà a presentare tutto il corredo di complicanze associate quali alterazioni dell’assetto ormonale, anemia, leucopenia, complicanze gastrointestinali ed osteoarticolari.

Il quadro raffigurato, a ben vedere, non è dei migliori per il paziente. Solo la formazione di team multidisciplinari specifici (diabetologi, psichiatri, psicologi, nutrizionisti), lo sviluppo di terapie farmacologiche e nutrizionali atte a rendere più agevole, e quindi a migliorare la qualità di vita del paziente diabetico, senonché percorsi educativi e psicoterapici, potrebbero aiutare questi giovani pazienti.

Per di più, la formulazione di linee guida e l’inserimento della diabulimia tra i disturbi mentali, e nello specifico nei disturbi alimentari, aiuterebbero i medici ad intercettare prematuramente questa condizione, evitando così le possibili complicanze e facilitando il recupero psichico del paziente.

 

 

FONTI|

  1. Diabulimia: how eating disorders can affect adolescents with diabetes. Davidson J. Nursing Standard. 29, 2, 44-49.
  2. Anorexia nervosa occurring in patients with diabetes mellitus. Roland JM, Bhanji S. Postgrad Med J. 1982 Jun;58(680):354-6.
  3. http://dwed.org.uk/