Mani in alto: nuovo marker identifica HIV in latenza

Nuovi studi per identificare il marker HIV in latenza

17774

Il fenomeno di latenza nell’infezione da HIV pone forse il più grande ostacolo nella strada verso una cura definitiva. Questo evento caratteristico è noto dalla fine del secolo scorso; una frazione della popolazione infettata mantiene infatti il provirus in forma “disattivata”.
Questo significa che all’interno del genoma si trova tutto il necessario per dare nuovamente il via ad un’infezione e che la produzione di questi nuovi virioni comincerà in maniera inaspettata.

Ma non è tutto: in questa forma dormiente, l’identificazione del patogeno è un problema estremamente arduo. La cellula T non presenta infatti proteine virali, né il caratteristico metabolismo dei retrovirus; di conseguenza sono assenti i target delle terapie normalmente utilizzate (HAART: Highly active antiretroviral therapy).

Le conseguenze sono problematiche: un paziente in trattamento non presenta viremia percepibile nell’organismo, pur rimanendo infettato. Scoprire come individuare ed eliminare questa piccolissima frazione di resevoir infettivo è una sfida estremamente attuale nella lotta contro AIDS.

L’obbiettivo è chiaro, e il gruppo di ricerca guidato da Monsef Benkirane, university of Montpellier, sembra aver individuato il marker biologico perfetto. La strategia utilizzata è di una certa complessità, ma proviamo a delinearne i punti salienti. Per prima cosa i ricercatori si sono affidati ad un modello cellulare di latenza, conducendo quindi le prime fasi della sperimentazione in vitro. Proprio da una precedente scoperta del medesimo laboratorio, sappiamo che la proteina SAMHD1 svolge un ruolo cruciale nel combattere HIV nelle cellule in latenza. Ma il virus si difende inducendone la degradazione, tramite una proteina accessoria (Vpx). Partendo da queste idee è stato delineato il seguente approccio sperimentale: fornire per prima cosa Vpx alle cellule, per poi esporle ad un’infezione da parte di una versione modificata di HIV, in grado di produrre una proteina fluorescente (marker).

Con questa procedura è quindi possibile ottenere una popolazione cellulare che simula la latenza (GFP+) e i relativi controlli negativi. A questo punto si procede sfruttando la metodologia FACS (fluorescence activated cell sorting), consentendo la separazione delle cellule in base alla presenza/assenza di segnale fluorescente. Si prosegue quindi con un sequencing dell’RNA ad alta precisione, che consente di ottenere i profili di espressione completi per le cellule isolate. La domanda è semplice: cosa potrebbe distinguere una cellula sana da una cellula infettata e in latenza?

Il confronto tra i due sequenziamenti fornisce la risposta: circa 120 geni sono differenzialmente espressi in maniera apprezzabile. Ma non è abbastanza: per immaginare possibili applicazioni terapeutiche è conveniente considerare proteine esposte nella membrana cellulare. I candidati si riducono quindi a 16 geni, ma uno in particolare presenta la differenza più marcata: CD32a. Questa proteina è un recettore a bassa affinità per le immunoglobuline G e non è normalmente espresso nella popolazione linfoide.

Ma tutto ciò non è sufficiente; è necessario verificare l’ipotesi su campioni sanguigni provenienti da pazienti malati. L’osservazione è stata quindi confermata: una piccolissima sottopopolazione di cellule T (0.012%) esprime il recettore CD32a e presenta infatti fino a 3 copie di genoma virale integrato.

In conclusione, stiamo parlando di un altro piccolo passo verso l’ambiziosa destinazione di una cura. Grazie a questo studio sarà possibile identificare le cellule responsabili per il fenomeno di latenza; sfruttare questa nuova informazione è una sfida che dovrà essere affrontata dall’immunoterapia nel prossimo futuro.

Articolo originale