OSAS nel bambino: dimostrata una significativa riduzione della sostanza grigia

10814

La Sindrome delle apnee del sonno (OSAS) è tra i più comuni disturbi del respiro, con una prevalenza nell’adulto che sfiora il 50% in alcuni paesi ed è in continua crescita in quanto strettamente correlata con il diffondersi dell’obesità.

OSAS nell’età pediatrica

Ma l’OSAS non interessa solamente la fascia adulta della popolazione, bensì può colpire anche i più piccoli, ed è necessario aumentare la consapevolezza dell’esistenza di questo problema così da non sottovalutare o interpretare scorrettamente i suoi principali sintomi, quali:

  • Respiro irregolare durante il sonno
  • Frequenti risvegli, anche a causa di incubi
  • Enuresi
  • Eccessiva sonnolenza diurna

Come per l’adulto, un importante fattore di rischio è l’obesità, ma bisogna prestare attenzione anche ad altre condizioni, più o meno diffuse, tra cui l’ipertrofia delle tonsille e/o adenoidi, la Sindrome di Marfan e la Sindrome di Down, a causa della macroglossia.

Identificare i bambini a rischio di sviluppare OSAS è alla base di una diagnosi precoce, necessaria per ridurre il più possibile l’impatto che questa condizione può avere sulle abilità cognitive di questi giovanissimi pazienti.

La frammentazione del sonno, l’ipossia intermittente e l’ipercapnia causati dall’OSAS sono infatti tutti fattori particolarmente tossici per il SNC, potendo condurre alla morte dei neuroni con notevole danno per un cervello ancora in via di sviluppo.

Lo studio

Proprio sulle alterazioni morfologiche del SNC dovute all’OSAS si è concentrato lo studio pubblicato su Nature di Leila Kheirandish-Gozal, della University of Chicago.

Nello studio le RM di 16 bambini dai 7 agli 11 anni che avevano ricevuto una diagnosi clinica e polisonnografica di OSAS sono stati analizzate e confrontate con quelle di 9 controlli sani e 191 RM di bambini sani archiviate nel database del NIH.

“Le immagini della sostanza grigia sono impressionanti, c’è una chiara evidenza di una vasta perdita di neuroni” – Leila Kheirandish-Goza

Dalle analisi è emerso che sono molteplici le aree del cervello e del tronco encefalico interessate da atrofia, tra queste si ritrovano:

  • Corteccia frontale e prefrontale, coinvolte rispettivamente nel controllo motorio/linguaggio e nella regolazione del comportamento
  • Corteccia parietale, responsabile dell’integrazione multimodale delle afferenze sensitive
  • Lobo temporale, anch’esso coinvolto nel linguaggio
  • Tronco cerebrale, vitale per la regolazione cardiovascolare e respiratoria

Non è però stata trovata una correlazione significativa tra lesioni cerebrali e alterazioni cognitive, anche se ciò potrebbe essere dovuto dal ristretto numero di pazienti valutati, tenendo in considerazione che i ricercatori non disponevano dei dati neuropsicologici dei bambini nel database del NIH.

Conclusioni

Lo studio pone un interrogativo dalle significative ripercussioni sulla prognosi di questi bambini: l’atrofia visualizzabile alla RM è relativa alla perdita di neuroni preesistenti o è piuttosto indicativa di un ritardo nello sviluppo neuronale?

Sebbene quest’ultima opzione sembri la favorita attualmente, tenendo anche in considerazione che tra i 4 e gli 8 anni si ha un picco di sviluppo della sostanza grigia, sono necessari ulteriori studi sull’argomento.

Fonti | Studio Nature

Approfondimento | CLINICAL PRACTICE GUIDELINE- American Academy of Pediatrics