7 Aprile: in piazza per la salute del futuro

2098
salute

Promossa e organizzata da comitati locali e associazioni fra cui spicca il People Health Movement, la Giornata contro la commercializzazione della salute indetta per domani, 7 Aprile, è un’occasione: per una giornata intera, riflettiamo solo sul valore della salute. Può essere più di una ginnastica mentale.

La Salute Come Sta?

Se la mortalità infantile mondiale fosse rimasta immutata dal 1976, nel 2006 avremmo avuto nell’intero pianeta 16,2 milioni di neonati morti entro il primo anno di vita. Invece, nel 2013 la mortalità sotto ai 5 anni, quindi non solo entro il primo anno di vita, contava 6,3 milioni di decessi. Era addirittura diminuita del 50% rispetto al 1990. Questo perché le tre principali cause di mortalità sotto i 5 anni, cioè polmoniti, diarrea e morbillo, stanno mano a mano perdendo terreno e risparmiando vite.

La popolazione mondiale dal 1965 al 2010 si è duplicata, ed il 50% della popolazione globale vive nelle città.  Ma la fertilità diminuisce e la longevità aumenta: al momento sono 810 milioni le persone con più di 60 anni, nel 2050 saranno 2 miliardi. Ci saranno al mondo più sessantenni che teenager di 14 anni, strette gomito a gomito nelle metropoli. Anche l’aspettativa di vita dal 1985 ad oggi è aumentata: da 64 anni a 70, un salto promettente ma invecchiante.

Però qualcosa decresce: i lavoratori nel campo della salute. Anni di disinvestimenti e disinteresse sul campo si pagano, e ora il totale ammonta a soli 7,2 milioni di professionisti. Non sono molti, tant’è vero che 83 paesi patiscono crisi di forza lavoro nel settore salute. Ed entro il 2035, altra notizia infelice, 100 paesi scenderanno sotto il limite minimo di 34,5 operatori e professionisti della salute ogni 10’000 abitanti.

Ma Quanto Spendiamo?

Le disparità di spesa per la salute sono violente, se per una paese sviluppato la media è di 3000 USD, per un paese in via di sviluppo la spesa sanitaria è un centesimo di questa cifra: 30 USD.

Qualche paese si permette di spendere più del 12% del proprio PIL per la salute e sanità, qualcuno risica meno del 3%. Il Qatar spende solo l’1,8% del suo PIL per la sanità, è il minimo registrato. In ogni caso l’entità della spesa non è sempre proporzionale alla bontà della salute: gli USA spendono quasi il 18% del proprio PIL in spese sanitarie, ma non hanno indicatori e valori migliori dei nostri.

La medicina sta facendo passi avanti per affrontare i bisogni di una popolazione sempre più anziana e longeva- come i farmaci, per esempio. Ma ci vuole tempo, e denaro.  E magari nuove forme di gestione, di questo denaro: Joseph Stiglitz, premio Nobel 2001 per l’Economia, ha indicato qualche via in un paper passato sotto i radar delle testate scientifiche principali ed immediatamente scivolato nell’oblio. Dalla pubblicazione del paper pochi anni fa, non è cambiato nulla, questo è uno dei motivi per cui la proclamazione del 7 aprile come Giornata contro la commercializzazione della salute ha realmente un senso.

Ma che c’entra la Ricerca?

La ricerca è produzione di conoscenza, un bene utile alla collettività, ed è per questa sua natura anche pubblica, e quindi politica, che non esiste un via limpida o una scelta unanime per fornirle un adeguato supporto economico. Le politiche che interessano la ricerca biomedica oscillano dall’estensione della proprietà intellettuale al diritto del mantenimento del monopolio del brevetto, per incoraggiare gli investimenti derivati del settore, a spinte per ridurre i prezzi dei farmaci e renderli sempre più abbordabili, fino alle aperture del mercato ai generici.

La fragilità dell’equilibrio sta nella ricerca di sintesi fra il bisogno dell’efficienza nell’uso del sapere biomedicol’efficienza nella produzione del sapere, ma ci sono dei punti del sistema che scricchiolano. I farmaci me-too, per esempio, ottengono il brevetto nonostante differenze minime da un altro farmaco pre esistente, e drenano risorse da campi estremamente più dispendiosi e quindi meno esplorati.

Ancora non si può affermare che la regola “90-10” sia un ricordo incartapecorito: il 90% degli sforzi della ricerca e dello sviluppo è rivolto verso malattie che sconvolgono solo il 10% della popolazione globale. Sono semplificazioni: ma il concetto è chiaro.

Ci sono delle Alternative?

Un’idea tanto brillante quanto ovvia è il meccanismo del premio. Valido sostituto, o magari compagno, del brevetto, il premio potrebbe compensare i consistenti costi di produzione della ricerca e sviluppo e permettere vendite a prezzi meno gravosi. Inoltre potrebbe indirizzare la ricerca verso gli ambiti di malattia meno battuti. Potrebbero essere premi da associazioni, o perché no, statali o di comunità di Stati.

Sì, già ne esistono, non è un novità ma è ancora una dinamica di nicchia nel mercato della salute: basti pensare al Health Impact Fund. È un sistema ibrido: finanziato da privati quanto e da enti governativi. Permette di mantenere la proprietà intellettuale del trattamento scoperto o inventato, ma registrando il prodotto con il fondo, l’azienda produttrice distribuisce in maniera non-profit il farmaco, ricevendo come controparte un compenso annuale per un certo lasso di tempo. Il ritorno economico che entra nelle casse aziendali è proporzionale all’impatto sulla salute del prodotto, annualmente monitorato.

Poi c’è chi guardando storto gli scaffali di una farmacia, ha proposto di contrattare e stabilire prezzi in maniera value-based. Non più riflettendo sulla dinamica a monte (la spesa di ricerca e sviluppo) ma sull’effetto a valle: la qualità di vita post terapia, ad esempio. Questo contribuirebbe a diminuire i farmaci me-too, oltre a cercare sempre nuovi orizzonti di ricerca e intervento. Senza contare che molti degli utili dei produttori non finirebbero più nel differenziare i brand per massimizzare l’impatto di prodotti simili per effetto ma differenti nella produzione.

Resta poi l’annoso problema dei conflitti di interessi in ambito sanitario: ma foraggiare la ricerca ed i trials dei medicinali su base prevalentemente pubblica? Magari tassando in maniera ragionata i prodotti, per ripianare le necessità finanziarie del produttore per le spese dello sviluppo. Tra l’altro, questa modalità è anche la meno sensibile ai sussulti del mercato, parola di Stiglitz e Jayadev.

Per ultima, la proposta di Kremer: ”patent buyout”. In pratica più Paesi si uniscono, creano un fondo e lo investono diventando azionari, e possessori, di un’azienda che detiene un brevetto. Entrano così legalmente in possesso del brevetto stesso, che può essere posto di pubblico dominio, scardinando i sensi unici del monopolio. Tanto fattibile quanto brillante.

Il punto è sempre lo stesso: la salute non ha prezzo, un’aspirina sì. Su cosa preferiamo concentrarci? Domani è una buona giornata per pensarci.

FONTI| articolo Stiglitz & JayadeKremer’s proposalarticolo DurraniHealth impact fundeventi in Italia