Malattia di Huntington: nuove speranze dalla comprensione dello sviluppo della malattia

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Brain scan: normal vs Huntington Disease

Alcuni ricercatori della “Johns Hopkins University” hanno scoperto come la malattia di Huntington sconvolge la normale attività delle cellule cerebrali.

La malattia (o còrea) di Huntington è una malattia genetica neurodegenerativa causata da una mutazione in uno dei due alleli del gene codificante per una proteina detta huntingtina: si tratta in particolare di una delle malattie da espansione di triplette (nel caso specifico si assiste ad un’eccesiva ripetizione della sequenza Citosina-Adenina-Guanina). Le persone sane presentano meno di 36 ripetizioni CAG all’interno del gene: tanto superiore a 36 è il numero di CAG quanto più precoce e grave è l’insorgenza della malattia. Ad esempio un numero di ripetizioni tra le 36 e le 39 porta ad una malattia in forma di penetranza ridotta, con un’insorgenza in tarda età e con una progressione più lenta: in alcuni casi i sintomi non vengono addirittura mai notati.

Il gene della huntingtina, espresso in tutte le cellule di mammifero, codifica per una proteina dal ruolo incerto ma che sembrerebbe interagire con altre proteine coinvolte nella trascrizione (ecco perché ha bisogno di entrare ed uscire dal nucleo), nella segnalazione cellulare e nel trasporto intracellulare. Nel cervello facilita il trasporto vescicolare e la trasmissione sinaptica mentre nei topi knockout tale proteina si è dimostrata fondamentale nello sviluppo embrionale.

La malattia evolve con movimenti non coordinati del corpo, declino cognitivo e problemi psichiatrici. Tali sintomi compaiono più frequentemente tra i 35 e i 44 anni e l’aspettativa di vita è di circa 20 anni a partire dall’esordio dei sintomi. Purtroppo al momento non esiste cura per tale condizione, come spesso accade per le patologie neurodegenerative, e i trattamenti farmacologici non possono che minimamente alleviare i numerosi e gravi sintomi.

Nuove speranze derivano da uno studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Neuron,  portato avanti alcuni ricercatori della  Johns Hopkins University. Quest’ultimi avrebbero infatti riscontrato delle alterazioni nel trasporto nucleo-citoplasma nei neuroni dei pazienti con malattia di Huntington: tale difetto sconvolge la struttura e la funzionalità della cellula intera inducendola alla morte. Ovviamente alla morte progressiva di una cospicua serie di cellule neuronali conduce inevitabilmente ad un quadro di neurodegenerazione.

Più nel dettaglio nelle persone affette da tale patologia il prodotto proteico del gene Huntington, poiché alterato, rimane legato nel nucleo, non riuscendo ad attraversare i pori nucleari e creando una sorta di “intasamento”.  Responsabile di questo processo sarebbe  la catena di poliglutamina codificata dalle triplette CAG in eccesso che porta all’aggregazione delle proteine mutate fino alla genesi di corpi inclusi  nucleari e citoplasmatici: quest’ultimi causano l’interruzione della trasmissione nervosa poiché le vescicole contenenti i neurotrasmettitori non riescono più a muoversi attraverso il citoscheletro. Gli effetti più importanti di queste alterazioni si riscontrano nel corpo striato (facente parte dei nuclei della base), nella substantia nigra, nelle aree motorie della corteccia e con interessamento anche a ippocampo e cervelletto.

La scoperta dei ricercatori americani potrebbe finalmente condurre ad un trattamento farmacologico non più limitato al tamponamento dei sintomi ma allo stesso tempo potrebbero aprirsi nuovi orizzonti nella comprensione di altre malattia neurodegenerative.

Purtroppo, per ora, non si ha ancora la certezza che un farmaco sviluppato per eliminare i sopracitati “ingorghi” molecolari possa concretamente impedire  la morte delle cellule cerebrali e quindi fermare la progressione della malattia di Huntington. Questo però è il preciso obiettivo per il futuro e le prossime ricerche saranno mirate al suo raggiungimento.

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