Dal 21 al 27 maggio si celebra la settimana mondiale della tiroide

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tiroide

Iniziamo con una notizia cattiva ed una buona. La cattiva è che le patologie tiroidee sono in aumento negli ultimi anni; la buona è che se diagnosticate nella fase iniziale possono essere trattate con successo. Questo è il punto di partenza che induce tutta la comunità scientifica a sensibilizzare la popolazione. In realtà esiste un’ulteriore buona notizia: la prevenzione in questo ambito è semplice e poco costosa.

Il quadro della situazione

Noi italiani siamo tra le popolazioni più esposte alle patologie tiroidee, vediamo perché: in primis l’esigua presenza di iodio (elemento importantissimo per la funzione tiroidea) nell’ambiente e quindi negli alimenti di molte aree italiane, tale da non soddisfarne il fabbisogno minimo giornaliero; a questo poi si aggiunge una base eredo-familiare delle tireopatie.

I dati variano molto da regione a regione, tuttavia le alterazioni della tiroide in genere colpiscono il 10-12% degli italiani con picchi regionali che arrivano a circa il 30-40% della popolazione e differenza tra i due sessi (le donne risultano essere più colpite degli uomini).

Perché parlare di iodio?

Lo iodio è un costituente fondamentale per la sintesi degli ormoni tiroidei e quindi per la funzionalità della ghiandola. La carenza iodica può indurre differenti conseguenze in differenti età: nel feto alterazioni permanenti del SNC con conseguente cretinismo, nel bambino riduzione del QI e deficit neurologici minori, nell’adulto alterazioni della funzionalità tiroidea e gozzo.

Qual è il suo fabbisogno giornaliero?

L’ OMS raccomanda diversi apporti in base a varie fasce di popolazione. Per i bambini fino ai 6 anni è pari a 90 µg/die, per i bambini in età scolare si sale a 120 µg/die per raggiungere poi i 150 µg/die nella popolazione adulta. Una menzione a parte merita la gravidanza e l’allattamento in cui il fabbisogno giornaliero raccomandato per la donna deve essere di almeno 250 µg/die.

Come raggiungere questi apporti giornalieri di iodio?

Iniziamo con il dire che il contenuto di iodio negli alimenti varia in base al tipo di alimento e alla sua provenienza. In linea generale possiamo affermare che sicuramente gli alimenti con concentrazioni maggiori del micronutriente sono crostacei e pesce di mare (tra 80 e 300 µg/100g) seguiti poi da uova, latte e derivati (tra 5 e 8 µg/100g) arrivando in fine ai prodotti della terra (tra 3 e 6 µg/100g).

Studi hanno mostrato come una dieta equilibrata riesca a garantire solo circa il 50% del fabbisogno. Un aiuto a tal proposito giunge dall’uso del sale iodato (30 µg/g di sale), la cui vendita e uso sono regolamentati dalla legge n° 55 del 21/03/2005.

In gravidanza il fabbisogno giornaliero aumenta: è bene non raggiungere però tale fabbisogno attraverso l’aumento del consumo di sale, ma ricorrendo ad integratori minerali.

Per quanto concerne il lattante, il latte materno e il latte artificiale riescono a soddisfare il fabbisogno di iodio.

Quali sintomi e segni possono essere associati a patologie tiroidee?

Se pensiamo a quanta influenza abbia questa ghiandola sul nostro metabolismo basale e sui vari apparati, possiamo conseguentemente capire come i sintomi da patologia tiroidea possano essere subdoli e aspecifici.

In una condizione di ipertiroidismo ad esempio possono manifestarsi tremori, ipersudorazione, palpitazioni oltre che dimagrimento evidente. Nell’ipotiroidismo invece si potrà avere senso di stanchezza, stipsi, senso di gonfiore associati ad un possibile stato depressivo.

A questi sintomi può affiancarsi poi l’aumento di volume della ghiandola in toto o di alcune sue aree, in tal caso si parla di gozzo tiroideo.

Quando è importante eseguire uno screening?

Sicuramente è bene porre maggior attenzione in alcune fasi della vita quali la gravidanza e la prima infanzia. Particolarmente attente devono essere le persone con storia familiare di tireopatie, patologie autoimmuni o provenienti da zone carenti di iodio. Ovviamente oltre a quanto già detto, la persistenza di sintomi prima citati dovrà indurci a contattare il medico di famiglia per i giusti approfondimenti.

La presenza di un nodulo o un aumento di volume della ghiandola deve allarmare?

Se attraverso l’autopalpazione del collo ci si accorge della presenza di un nodulo, o vedendosi allo specchio si nota un aumento di volume della tiroide è bene che ci si rechi dal proprio medico.

Il nodulo tiroideo alla palpazione può presentare variabilità nella dimensione, nei margini, nella consistenza e nella mobilità alla deglutizione.  Un nodulo con consistenza aumentata, margini poco delimitati, associato ad adenopatia latero-cervicale e fisso alla deglutizione oltre che non dolente è tendenzialmente sospetto per malignità. Queste caratteristiche tuttavia non sono né sempre presenti né dirimenti.

Lo screening ecografico della popolazione ha mostrato come tra il 30 e il 50% degli esaminati presenta noduli tiroidei. Tuttavia questo non deve allarmare, solo lo 0,3% di tali noduli rappresentano una neoplasia maligna in atto; da qui l’importanza della diagnosi precoce poiché correla con buona prognosi e probabilità di guarigione.

FONTI | Malattie tiroidee 1iodioprofilassiLegge 55/2005