Lo sport che distrugge il cervello

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trauma cranico

Lo sport serio non ha nulla a che fare col fair play. È colmo di odio, gelosie, millanterie, indifferenza per ogni regola e piacere sadico nel vedere la violenza: in altre parole, è la guerra senza le sparatorie” – George Orwell

In America più di 300.000 ragazzi tra i 10 e 19 anni necessitano di cure per traumi cranici dovuti all’attività sportiva. Spesso però il trauma cranico non viene riconosciuto a causa dell’assenza di sintomi maggiori ed il più delle volte l’atleta torna a giocare, rischiando di incorrere o aggravare un danno prevenibile con la sostituzione.

Diversi studi hanno mostrato la presenza dei danni a lungo termine delle commozioni cerebrali “insidiose”, ovvero che non si palesano clinicamente nell’immediato post trauma. Tuttavia, la mancanza di stratificazioni adeguate dei campioni non ha mai permesso delle conclusioni definitive, relegando il fenomeno a dibattito d’opinione.

Lo Studio

Recentemente, uno studio basato sui casi clinici ha avuto il merito di stratificare il campione per sesso, BMI, ed età riuscendo così ad ottenere dati più significativi sugli eventi traumatici. L’applicazione di un questionario nell’immediato post-trauma non ha mostrato alterazioni della capacità verbale o della memoria visiva in nessun gruppo.

Tuttavia, nei maschi è stata rilevata una maggior prevalenza di vertigini, annebbiamento, difficoltà di concentrazione e problemi di memoria rispetto alle femmine. Il perché di questa differenza non è chiaro, anche se è possibile formulare alcune ipotesi:

  • L’ambiente maschile soffre del fenomeno “machismo tale per cui i traumi minori non vengono riferiti. Questo porterebbe ad un accumulo di traumi misconosciuti fino all’emergenza dei sintomi;
  • Gli impatti, ad esempio nel rugby e nel football americano, sono meccanicamente più importanti negli uomini a fronte di un BMI sproporzionatamente elevato rispetto ad una struttura per attutire sostanzialmente simile nei due sessi.
  • Gli estrogeni e il progesterone potrebbero avere un effetto protettivo e riparativo a livello assonale e neuronale.

Solo donne per gli sport traumatici?

Sul tema iniziano ad esserci risposte più definite riguardo ai potenziali danni life-time di attività sportive ad alto rischio di traumatismo nell’adolescenza. Però, le conseguenze di tali evidenze sono complesse e, come spesso accade, oltrepassano il mero aspetto sanitario. Non è semplice, e forse neanche giusto, imporre delle stigmate su degli sport che hanno un ruolo che va oltre l’aspetto ludico e salutare. D’altro canto le conseguenze di danni cerebrali in età adolescenziale è sicuramente un aspetto importante quanto oscuro.

FONTI | paper, BMC, pubmed