Un virus per combattere la cecità senile

3913
virus

Uno studio di fase 1, pubblicato di recente sulla prestigiosa rivista The Lancet a cura della Johns Hopkins Medicine, ha dimostrato l’efficacia di un virus ingegnerizzato, chiamato AAV2-SFLT01, nella cura della degenerazione maculare senile, una delle principali cause di cecità progressiva dell’anziano.

Degenerazione maculare senile

È una patologia che, come il nome suggerisce, colpisce la macula, una piccola area circolare presente sul fondo dell’occhio e contenente la fovea, zona di massima acuità visiva. La malattia può presentarsi in due forme:

  • Non essudativa (secca), più frequente e caratterizzata dalla presenta di drusen, rilievi giallastri dovuto al deposito di sostanze extracellulari;
  • Essudativa (umida), causata da proliferazione dei vasi (neoangiogenesi) sotto l’epitelio retinico con fuoriuscita di plasma, dando spostamento della retina e visione alterata.

La progressione è generalmente lenta e può essere ulteriormente rallentata con vitamina C ed E, beta-caroteni e zinco per la forma non essudativa, mentre per la seconda, più subola, viene attualmente arginata con l’impiego di proteine neutralizzanti il VEGF, principale induttore della neoangiogenesi, per via intravitrale una volta al mese.

In studi precedenti si era visto, infatti, che per tenere sotto controllo i sintomi e ripristinare (in certi casi) la visione in soggetti colpiti, era necessario mantenere costantemente elevati i livelli di questa sostanza, un’immunoglobulina chimerica, costituita dalla IgG1-Fc e Flt-1, recettore del VEGF e quindi capace di legarlo ed inattivarlo; nella fase di sperimentazione su modello animale, tale necessità era stata soddisfatta utilizzando un adenovirus ingegnerizzato come vettore per la transfezione con il gene della proteina sopra citata nelle cellule gangliari retiniche, dimostrando regressione significativa ed effetti collaterali limitati.

Lo studio

Nella ricerca in oggetto, che si concentra sulla forma “umida” della malattia, i ricercatori hanno reclutato 19 pazienti di età superiore ai 50 anni con stato patologico evidente ed acuità visiva dell’occhio malato inferiore o uguale a 20/100 (secondo il BCVA), organizzati in 5 coorti. Ciascuna ha ricevuto una sola iniezione intravitreale con dosi crescenti dalla prima alla quarta coorte, mentre la quinta ha ricevuto la dose massima tollerabile (2×10^100vg)

Gli obiettivi sono stati:

  • Stima degli effetti avversi (infiammazione, lacrimazione, ingrossamento, alterazioni retiniche) dopo la somministrazione;
  • Efficacia dell’espressione genica della proteina, indice della capacità del virus di transfettare le cellule ed utilizzarle come macchinario sintetico, attraverso la misurazione della concentrazione umorale di sFLT01;
  • Capacità di ripristinare la visione.

I risultati hanno dimostrato una buona tollerabilità al trattamento, con una frequenza piuttosto bassa di effetti avversi, come infiammazione oculare e febbre, che si sono verificati in due soggetti reclutati nella coorte a cui era stata somministrata la dose più alta, tuttavia sono regrediti a seguito dell’utilizzo di steroidi. Un discreto numero di pazienti (11/19) hanno dimostrato una riduzione dell’essudato sub-retinico, una delle cause principali di perdita della vista in questa patologia. Solo 4 hanno visto una ripresa sostanziale, mentre il resto solo parziale (2) o minimale/nullo (5); 8 di questi 19 non hanno dimostrato risposta. In 5 degli 11 soggetti si è dimostrato un alto livello di anticorpi anti-AAV2 piuttosto alto, probabilmente dovuto ad infezioni precedenti (l’adenovirus è causa, insieme ad altri, di raffreddore comune). Questa potrebbe essere una possibile giustificazione del miglioramento molto marginale.

L’eterogeneità della risposta al trattamento deve ancora trovare una motivazione definitiva, secondo i ricercatori sarebbe da attribuire in parte all’espressione della proteina ma ulteriori approfondimenti sono necessari; i risultati, comunque, sono piuttosto incoraggianti e pongono un tassello in più su quello che potrebbe essere una futura terapia di questa condizione così subdola.

Lo studio, infatti:

  • Dimostra che anche la somministrazione intravitreale (cioè nella camera posteriore dell’occhio) può dare buoni risultati in termini clinici, una procedura molto più semplice e sicura di quella sub-retinica (che richiede degli accorgimenti particolari ed era stata tentata in studi precedenti);
  • Permetterebbe di comprendere gli effetti sull’uomo di questo tipo specifico di proteina chimerica, consentendo un eventuale aggiustamento della stessa ed una migliore efficacia nel raggiungere il ripristino della visione o almeno un rallentamento della progressione;
  • Mette in luce la possibilità di ottenere tutto questo con una sola iniezione invece di una al mese (per tutta la vita) di proteina libera come è attualmente praticato;
  • Pone in evidenza la sicurezza del preparato, che potrebbe essere utilizzato anche per il trattamento di altre patologie.

Certamente siamo davanti ad uno studio di fase 1, per cui siamo ancora lontani da un’applicazione clinica concreta, però i risultati dimostrano che si possa essere fiduciosi. Non resta che aspettare ulteriori esperimenti, che includano campioni più numerosi.

Alla luce di questo, è possibile che i virus siano davvero il  “farmaco miracoloso” del prossimo futuro, viste anche le tante applicazioni possibili, non ultima nella terapia contro i batteri multiresistenti?

FONTI | Articolo Lancet, Harrison’s Principles of Internal Medicine, Immagine in evidenza, altre letture