Caso Clinico #76 la medicina in uno scatto marica romano

Caso Clinico

Momo, uomo africano di 56 anni, presenta da circa una settimana sintomatologia riferita all’apparato gastroenterico con nause, stipsi e dolore addominale.

Riferisce al suo medico curante che dieci giorni prima aveva festeggiato il suo compleanno con amici in una rosticceria e aver mangiato molti formaggi e carne (anche cruda).

Il medico, quindi, credendo si trattasse di un semplice indigestione, prescrive al paziente fermenti lattici da assumere per almeno una settimana.

Qualche giorno dopo però Momo ritorna in ambulatorio e riferisce episodi di vomito e dolori ed edemi ai muscoli extraoculari, masticatori, cervicali, bicipite e lombari. Si associano anche edema del volto e prurito generalizzato.

A questo punto il medico prescrive a Momo indagini di laboratorio dalle quali risultano elevati la creatinfosfochinasi, la lattico deidrogenasi, l’aspartato aminotransferasi e le IgE.

Qual’è la diagnosi?

La diagnosi è: Trichinosi

La trichinosi è una zoonosi causata dall’agente eziologico Trichinella, un nematode di cui oggi si conoscono ben otto diverse specie di cui l’unica diffusa in italia è la trichinella britovi.

La trichinella ha un ampio spettro d’ospite, dall’uomo agli uccelli ed in alcuni casi anche i rettili, a seconda delle varie specie.

L’unica modalità di contrazione dell’infezione è quella legata all’ingestione di carne cruda o poco cotta proveniente da un ospite infetto: generalmente in queste carni, che non hanno subito un attento controllo veterinario, possono trovarsi le larve. Gli animali vengono infettati soprattutto a causa della presenza di roditori negli allevamenti.

L’uomo generalmente ingerisce le larve che migrano e invadono tutti i tessuti.

La malattia nella maggior parte dei casi è asintomatica, in caso contrario è caratterizzata da due fasi. La prima è quella enterica che presenta sintomatologia a carico dell’apparato gastro-intestinale e legata alla presenza dei vermi adulti a livello intestinale. La seconda è quella parenterale dovuta al passaggio in circolo delle larve e caratterizzata da miosite, edemi localizzati soprattutto al volto e manifestazioni orticarioidi.

La diagnosi é complessa in quanto i sintomi sono molto simili a quelli che possiamo notare in caso di influenza: inizialmente si può avere febbre, debolezza generale, dolori muscolari e ossei, alterazioni dell’alvo, vomito, mal di stomaco.

Dopo 2-3 settimane dal contatto si possono inoltre manifestare: edema palpebrale e del volto, prurito, rush simil-orticarioide e difficoltà nella deglutizione. Condizioni più gravi possono portare anche a sviluppo di miocardite, polmoniti ed encefaliti fino alla morte.

Possono mostrarsi utili alcune indagini di laboratorio come il dosaggio delle IgE, creatinfosfochinasi, lattico deidrogenasi e aspartato aminotransferasi. I test per la rivelazione di parassiti sono efficaci solo tre settimane dopo l’infezione. Per confermare la presenza di larve viene effettuata la biopsia muscolare.

Nella maggior parte di casi, comunque, la prognosi è favorevole: i pazienti con infezione paucisintomatica guariscono senza reliquati con il riposo a letto e l’impiego di antipiretici e analgesici. Nelle forme gravi con miosite e miocardite possono essere utili i glucocorticoidi, mentre farmaci come il mebendazolo e l’albendazolo sono risultati efficaci contro le larve intestinali ma non contro quelle incistate.