Farmaci individualizzati: le prospettive

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Recentemente la medicina di precisione, e con essa la medicina personalizzata, sono diventate tra gli obbiettivi più ambiziosi dei grandi sistemi sanitari. Nel 2015, Barak Obama presenta la “Precision Medicine Initiative” che promette trattamenti sanitari su misura del singolo individuo. Il progetto è innovativo per una serie di ragioni, che comprendono la possibilità di caratterizzare paziente e malattia nel dettaglio e la ricerca di nuovi farmaci che consentano di sfruttare queste informazioni. La sfida è scientifica, sociale ed economica. A lungo termine tuttavia, la medicina di precisione promette di ripagare: la conoscenza acquisita dai singoli pazienti modellerà progressivamente i trattamenti, rendendo l’esplorazione dell’eterogeneità patologica sempre meno dispendiosa.

I limiti

Ma questo, purtroppo, è solo un lato della medaglia. Supponiamo, senza essere eccessivamente fantasiosi, di riuscire con successo a caratterizzare le patologie a livello individuale. A quel punto, i pazienti potranno essere divisi in gruppi, e riceveranno il farmaco più appropriato. Sembra funzionare, ma potrebbe non essere abbastanza. Il trattamento scelto sarà sempre un composto prodotto industrialmente e in massa, che potrebbe necessitare di un lungo iter di approvazione per essere impiegato in un certo contesto. Per mutazioni genetiche e patologie con incidenza bassissima, questo è chiaramente un problema di carattere economico. Nessuno ci garantisce che il “farmaco giusto” esista, sia stato prodotto o ci sia quantomeno la volontà di produrlo. Un chiaro esempio sono le cosiddette orphan drugs: il numero di pazienti target è talmente basso da renderne lo sviluppo svantaggioso in termini economici. Riassumendo, potremmo avere a disposizione tutta la conoscenza necessaria, ma non poterla applicare nel migliore dei modi. Si perderebbe così una porzione considerevole della precisione, e con essa parte dell’efficacia di questo approccio.

Come funziona oggi?

Attualmente i pazienti vengono stratificati, e un farmaco viene scelto per trattare questi sottogruppi, che rimangono però di discrete dimensioni. Quindi perché non produrre un trattamento per ogni singolo paziente? Non parliamo di combinare molecole già esistenti o di personalizzarne le dosi, ma di creare la cura con un processo produttivo rivolto ad uno specifico paziente. Questo potrebbe essere l’unico modo per ottenere il livello di precisione necessario in molti casi. Immagino ora la perplessità del lettore: se non c’è interesse a sviluppare una cura per malattie molto rare, come si può immaginare di realizzare un farmaco rivolto ad un singolo individuo? È sicuramente necessario un radicale cambiamento nel modo di sperimentare e approvare nuovi composti. Attualmente la regolamentazione per l’utilizzo di una certa molecola è gestita in maniera stringente da numerose linee guida. Un impiego diverso da quello previsto viene definito off-label, e porta con sé una serie di problematica legislative, economiche e professionali.

La rigidità dei regolamenti si contrappone alla plasticità delle patologie, su tutte il cancro: aumenta sempre più la risoluzione con cui i medici sono in grado di seguire l’evoluzione della neoplasia, ma ciò non è accompagnato da altrettanta mobilità nella scelta del trattamento. La produzione rivolta al singolo paziente, consentirebbe importanti vantaggi su questo fronte. In questo caso la legislazione diventa molto più blanda, non dovendo passare per un’approvazione definitiva di utilizzo e commercializzazione. Inoltre questa scorciatoia permetterebbe di utilizzare una molecola senza possederne il brevetto: esiste infatti una clausola che consente la produzione e la somministrazione a livello individuale senza incorrere in problemi legali. Possiamo così immaginare una sintesi a livello ospedaliero, ottimizzando la sinergia tra medico, paziente e processo di produzione.

BioXp™ 3200 System, una stampante a DNA – Strumenti di questo tipo potrebbero facilitare la produzione di proteine ricombinanti in ogni ospedale.

Non mancano però gli ostacoli: assicurare il controllo della qualità e la sicurezza del prodotto potrebbe risultare particolarmente difficile per strutture poco attrezzate e senza personale altamente specializzato. La soluzione proposta è un interscambio tra strutture sanitarie, come accade attualmente per trattamenti regolari, designando la produzione di un certo composto al centro che è più esperto in materia. Si potrebbe potrebbe automatizzare il più possibile il processo, minimizzando la possibilità di errori umani, che avvengono anche nelle produzioni di massa.

L’esperimento

L’università di Utrecht ha recentemente avviato una prima sperimentazione di questo modello, sotto la guida del professor Schellekens. L’obbiettivo è realizzare un bio-equivalente (biosimilar) per una patologia molto rara, ed utilizzarlo per curare pazienti del terzo mondo, per i quali il costo del farmaco commerciale non sono sostenibili. Anticorpi monoclonali, gene therapies e proteine ricombinanti sono i migliori candidati per lo sviluppo futuro. Naturalmente non si tratterebbe di un rimpiazzo degli attuali metodi di sviluppo e approvazione del farmaco, ma di un complemento mirato a situazioni in cui l’approccio attuale fatica ad ottenere i risultati necessari. Parliamo di una prospettiva a lungo termine, ma i vantaggi economici hanno già attratto importanti investimenti: un domani, se sfortunatamente dovessimo necessitare di un farmaco altamente specifico, questo potrebbe avere un’etichetta con il nostro nome.

FONTI | Bedside drug production will truly enable personalized medicine, Making individualized drugs a reality, Editorial: Patient-centered drug manufacture
Portal for rare diseases and orphan drugs