Resistenza antimicrobica: una mina da disinnescare

6298
Resistenza antimicrobica: una mina da disinnescare
Resistenza antimicrobica: una mina da disinnescare

Introduzione

Era il 1928 quando Fleming scoprì la penicillina. Stiamo parlando di una delle più grandi scoperte ed innovazioni della medicina che da lì in poi avrebbe stravolto tutti i dati dell’epidemiologia descrittiva, riducendo i tassi di mortalità, aumentando l’aspettativa media di vita e facendo diventare banali patologie che fino a pochi anni prima avevano causato migliaia di morti.

Ricordo tuttora mio nonno, nato nei primi anni ’20, che me ne parlava ancora entusiasta di come queste “nuove terapie” avessero salvato la vita a molte e molte persone. Le grandi menti però sono tali perché sempre un passo avanti agli altri, e poiché in medicina quasi sempre esiste l’altro lato della medaglia con cui fare puntualmente i conti, sir Alexander Fleming aveva già preannunciato l’altro lato, con il discorso tenuto alla consegna del Premio Nobel, ovvero la resistenza antimicrobica: una vera e propria bomba oggi pronta ad esplodere.

“Arriverà il momento in cui la penicillina potrà essere comprata nei negozi. Ci sarà però il rischio che uomini ignoranti, assumendo dosi di antibiotico sub letali per i microbi che stanno cercando di debellare, rendano i microbi stessi resistenti alla cura […] L’uso negligente della penicillina cambierà così la natura del microbo.” – A.Fleming

Possiamo quindi sottolineare per l’ennesima volta quanto l’uomo sia limitato. Pur essendo stati avvisati con largo anticipo siamo stati in grado, per indolenza, ignoranza, superficialità e ritorni economici, di raggiungere in meno di un secolo il quadro descritto da Fleming.

Numeri drammatici

Ad oggi nella sola UE ogni anno ci sono circa 25.000 morti da imputare alla resistenza batterica, nel mondo si sfiorano i 700.000 morti con la previsione che per il 2050 essa possa causare più morti del cancro.

Tralasciando i danni sulla salute, altrettanto drammatici sono quelli sull’economia: 1.5 miliardi spesi all’anno soltanto nell’UE, circa 1.3 miliardi utilizzati dal 1999 in ricerca e una previsione fatta dalla Banca Mondiale per il 2050 di come l’antibiotico-resistenza possa causare un danno economico al pari della crisi finanziaria del 2008.

Il nuovo “Action Plan”

Tutto questo ha spinto l’UE a presentare pochi giorni fa il nuovo “action plan”, consequenziale a quello già proposto nel 2011, per far fronte al problema della resistenza antimicrobica.

Questo nuovo piano che si mostra quindi come un aggiornamento di quello precedente racchiude ben 75 punti che possono essere a loro volta inseriti in tre percorsi.

Il primo percorso vuol portare l’UE, attraverso un miglioramento della raccolta dati, ad essere una “best practice region”. Il secondo percorso mira attraverso l’implementazione della ricerca, dello sviluppo e dell’innovazione a creare nuovi piani terapeutici, vaccini, mezzi diagnostici e modelli economici. Il terzo percorso invece punta a rafforzare la linea dell’UE nel mondo attraverso patti bilaterali e collaborazioni sia con i Paesi industrializzati che con quelli in via di sviluppo.

Tutto questo disegno si basa sulla “One Health”. Con questo termine si vuole intendere il principio attraverso cui la salute degli animali e degli uomini è interconnessa e di come consequenzialmente le malattie possono trasmettersi dall’uomo agli animali e viceversa. Inoltre considera la relazione tra uomini e animali nell’ambiente come una potenziale fonte di nuovi microrganismi resistenti.

Da questo possiamo quindi capire come la strategia delineata dall’UE sia globale, solo agendo infatti su entrambi i fronti, utilizzo degli antibiotici sull’uomo e nell’industria alimentare, si può pensare di combattere il problema.

L’abuso degli antibiotici negli allevamenti

Facendo un passo indietro possiamo notare come tra le principali cause dell’antibiotico-resistenza oltre all’automedicazione, alla superficialità e alla pigrizia di alcuni medici e farmacisti (argomenti già trattati in un nostro articolo “Le antibiotico resistenze come evitarle”), rientri anche l’uso ed abuso degli antibiotici negli allevamenti intensivi.

In questo ambito in effetti un uso è stato fatto originariamente per garantire la produzione di alimenti non contaminati oltre che per un controllo delle malattie infettive del bestiame. Successivamente però si è passati ad un abuso.

La somministrazione preventiva di antibiotici infatti ha permesso un importante ritorno economico agli allevatori poiché in grado di aumentare l’aspettativa di vita dell’animale, ridurre al minimo le perdite e velocizzare la crescita dello stesso.

 Questo non fa altro che indurre antibiotico resistenza negli allevamenti e, attraverso il consumo di alimenti derivati, la trasmissione della stessa all’uomo. L’Italia a tal proposito è il terzo maggiore utilizzatore di antibiotici negli animali da allevamento in Europa.

Conclusioni

Abbiamo parlato di UE, e non come solitamente facciamo d’Italia, poiché è un problema che non rispetta i confini nazionali. Solo con un’azione congiunta da parte di tutte le Nazioni e di tutti i settori, privati e pubblici, si può pensare di controllare l’emergenza.

Stiamo parlando di un’emergenza di grossa entità che prevede di conseguenza un grosso lavoro per arginarla. Da sola la politica però può fare poco se i primi a non informarci e a non comprendere siamo noi cittadini.

FONTI |  “Action Plan AMR 2017”