Carcinoma epatocellulare: scoperta nuova possibile terapia

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Carcinoma epatocellulare: scoperta nuova possibile terapia
Carcinoma epatocellulare: scoperta nuova possibile terapia

La viroterapia oncolitica rappresenta una delle più recenti e promettenti frontiere per la distruzione delle cellule tumorali. Estremamente efficace e gravata da scarsi effetti collaterali, essa si basa sulla somministrazione di iniezioni multiple secondo il programma personalizzato per il paziente e consente di distruggere specificatamente le cellule tumorali utilizzando il virus iniettato. Il trattamento ha durata di circa 3 anni e l’effetto collaterale più frequente è un lieve stato subfebrile per circa 1-3 giorni.  In virtù della loro capacità di uccidere selettivamente le cellule tumorali si parla di virus oncolitici. Questi ultimi possono essere efficaci contro una varietà di tumori, compreso il carcinoma epatocellulare, contro le cui cellule neoplastiche è stato indirizzato il virus M1. Purtroppo la sua potenza, come quella di altri virus oncolitici, è troppo bassa per essere di grande utilità come un trattamento contro il cancro umano: non uccide abbastanza cellule tumorali per rallentare la crescita del tumore. Il punto di svolta sembrerebbe essere stato trovato da un team di ricerca in Cina che ha intrapreso uno studio, pubblicato dalla rivista Science  Translational Medicine su molecole che potrebbero aiutare M1 a uccidere più cellule tumorali. In particolare è stato messo in evidenza che combinare un inibitore della proteina VCP con il virus M1 ha reso il virus molto più potente. La proteina p97/VCP svolge un ruolo chiave nella riparazione delle rotture del DNA. Il meccanismo della riparazione con p97/VCP  pùo essere importante per la terapia del cancro poiché bloccandone l’attività dovrebbe essere possibile aumentare l’impatto della radio o chemioterapia. Allo stesso modo I ricercatori hanno osservato oltre 350 molecole e scoperto che una di esse, Eeyarestatin I, che normalmente serve a inibire la produzione della proteina VCP, aveva gli effetti che la squadra stava cercando: creando un composto contenente sia il virus che le molecole di Eeyarestatin I e ha scoperto che quando è stato introdotto nelle colture di cancro, M1 è diventato circa 3.600 volte più potente. I trials clinici sono iniziati con il team che ha iniettato il composto in cavie murine prima e in cavie di scimmia poi e ha scoperto che il virus M1, in combinazione con Eeyarestatin I ha causato la riduzione dei tumori e così facendo ha aumentato la sopravvivenza degli animali.

Presto i ricercatori avvieranno una sperimentazione clinica e sperano di iniziare i test sugli esseri umani nel prossimo anno.

Il carcinoma epatocellulare

A livello mondiale il carcinoma epatocellulare rappresenta il 5,4% circa di tutti i casi di tumore. Più dell’85% dei casi si verifica in Paesi con elevati tassi di infezione cronica da HBV (Cina,Corea,Africa sub sahariana, Taiwan). Il picco di incidenza avviene tra i 20 e i 40 anni con netta prevalenza nel sesso maschile. La ragione dello squilibrio di genere non è nota. Nel mondo il carcinoma epatocellulare è la quinta causa di morte nei soggetti di sesso maschile. Nei Paesi occidentali l’incidenza del carcinoma epatocellulare sta aumentando rapidamente, soprattutto a causa dell’epidemia di epatite C. Nelle popolazioni occidentali il carcinoma epatocellulare si manifesta raramente prima dei 60 anni e in quasi il 90% dei casi il tumore emerge dopo la comparsa della cirrosi.  Le epatopatie croniche rappresentano il substrato più comune per l’insorgenza del carcinoma epatocellulare. I fattori eziologici più importanti nell’epatocarcinogenesi sono le infezioni virali (HBV,HCV) e le lesioni tossiche (aflatossina, alcol). Sono state individuate diverse lesioni cellulari e nodulari che possono essere considerate precursori del carcinoma epatocellulare (adenoma epatocellulare, alterazione a piccole cellule, alterazione a grandi cellule, nodulo displastico di basso grado, nodulo displastico di grado elevato). Il carcinoma epatocellulare può manifestarsi macroscopicamente sotto forma di una massa unifocale generalmente grande, noduli multifocali di dimensioni variabili ampiamente distribuiti o sottoforma di cancro diffusamente infiltrante. Le metastasi intraepatiche da invasione vascolare o estensione diretta diventano più probabili una volta che il tumore raggiunge i 3 cm.

Le manifestazioni cliniche dell’epatocarcinoma sono raramente caratteristiche e nelle popolazioni occidentali sono spesso mascherate da quelle correlate alla malattia di base (cirrosi, epatite cronica). La maggior parte dei pazienti presenta dolore ai quadranti superiori dell’addome, malessere, astenia, calo ponderale. Ittero, febbre e emorragie gastrointestinali sono segni incostanti.

Livelli sierici elevati o in aumento di alfa-fetoproteina si osservano in più della metà dei pazienti con epatocarcinoma in fase avanzata, purtroppo questo marker non è utile come test di screening per lesioni preneoplastiche o precoci; molto importanti in tal senso sono invece ecografia, tomografia computerizzata e risonanza magnetica con mezzo di contrasto: il tumore, anche quando di ridotte dimensioni, presenta alterazioni vascolari talmente caratteristiche da risultare diagnostiche all’indagine di imaging. Questo permette di individuare lesioni più piccole di 2cm e dunque più facilmente trattabili.

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