Gli uragani hanno effetti sulla salute mentale

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Le immagini di devastazione che hanno inondato i social network la scorsa settimana sono stata la cronaca di un disastro annunciato. L’uragano Harvey, abbattutosi per 5 lunghissimi giorni sugli stati del Texas e della Louisiana, ha danneggiato più di 100’000 case, di cui nemmeno un quarto erano assicurate per i danni da alluvione.

È il bilancio umano ciò che colpisce di più: sono 13 milioni le persone colpite direttamente dai danni dell’uragano; in 22’000 strappati e salvati dalla violenza delle acque. Per citare il National Weather Service, è stato un evento

“senza precedenti e dall’impatto ancora sconosciuto, senza paragoni nel passato.”

L’impatto dei disastri naturali non è mai stato così preoccupante. Eppure, nonostante i numeri da capogiro e l’esposizione mediatica, già dopo pochi giorni i media erano tutti rivolti verso la catastrofica tempesta successiva all’uragano Harvey: l’uragano Irma. Ma oltre alle immagini shockanti di una Miami deserta e plumbea, ripresa da qualche cellulare assieme al solo rumore profondo delle ondate d’acqua che inghiottono le strade, c’è un danno che raramente raggiunge gli schermi delle nostre televisioni.

L’impatto sulla salute

A differenza della copertura mediatica, sempre così breve e pronta a gettarsi sull’evento successivo, le conseguenze sulla salute di disastri come quello dell’uragano Harvey sono di lunga durata. Il bilancio delle vittime al 5 Settembre 2017 contava 63 vittime, numero tristemente rimpinguato poi dai danni dell’uragano Irma nei territori dei Caraibi. Le lacerazioni, abrasioni, fratture, morsi d’insetto, sono un evenienze comuni in questi frangenti. Le acque possono essere contaminate, esporre persone a tossine e inquinanti nocivi. Ma è sempre solo una parte dei danni alla salute.

Il vero problema, difficilmente risolvibile con semplici iniezioni di risorse al momento del disastro, sono le conseguenze psicologiche. Il trauma dell’esperienza; la distruzione delle strutture di supporto sanitario e la perdita delle più essenziali disponibilità farmacologiche per persone con persistente o cronica malattia mentale, o con alterazioni cognitive; la perdita e la fatica della ricostruzione nei paesaggi stravolti dal disastro. Tutto questo porta a sviluppare, in più della metà delle persone direttamente colpite da fenomeni come un uragano, patologie come il PTSD, il disturbo post traumatico da stress.

PTSD, patologia dei disastri

Fu un disastro inaspettato. Cinquant’anni fa, l’Italia fu scossa dalla catastrofica esondazione d’acqua dalla diga del Vajont. La comunità scientifica non è rimasta indifferente: nel 2011, un team dell’Università di Padova pubblica uno studio dove mostra i risultati di un’indagine a lungo termine sulle conseguenze per la salute di quel disastro, avvenuto il 9 Ottobre 1963.

Fra i sopravissuti a quei 50 milioni di metri cubi d’acqua, chi era sopravissuto all’onda aveva un più alto rischio di presentare PTSD; chi invece era lontano dal luogo del disastro ma aveva perso i propri familiari, aveva un maggiore rischio di sviluppare Depressione Maggiore. Non sono sottigliezze: questo studio arriva a conclusioni simili a quelle dell’articolo pubblicato su JAMA ad opera di Martin Schultz e Sandro Galea che analizza l’impatto dell’uragano Harvey. La strategia per migliorare l’outcome di salute nei sopravissuti ai disastri è l’aumento di supporto sociale.

Uno studio a cui hanno partecipato i sopravissuti del Mississippi all’uragano Katrina ha dimostrato che l’impatto delle avversità successive a disastri può essere mitigato ma c’è tanto lavoro da fare. Assistere le comunità colpite permettendo una rapida e concreta ripresa economica, imprescindibile dalla presenza di sistemazioni abitative e supporto sanitario, dev’essere più della conclusione di uno studio; deve diventare un imperativo politico.

Ricostruire migliora la salute

Esistono dei programmi efficaci, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità li sta raccogliendo sotto il nome di “Building Back Better”: come dice il nome, non è più tempo per concentrarsi su singole azioni “eroiche” di supporto a breve termine, mentre nelle fasi di ricostruzione impera la negligenza e il disinteresse. Solo con impegni a lunga durata si può ridurre l’impatto psicopatologico di simili disastri: è necessario agire perché la salute mentale è cruciale nella resilienza dei singoli e delle comunità nel fronteggiare eventi naturali catastrofici come l’uragano Harvey.

Si passa dal indicazioni su un’urbanistica più intelligente e di taglio preventivo, alla necessità di permettere un equo accesso alle cure delle fasce di popolazioni più svantaggiate: giustizia sociale, management delle emergenze e riduzione del rischio di disastro naturale sono oggi più intrecciate che mai. Servono modelli centrati sulla popolazione, basati sulle evidenze, focalizzati sulla salute mentale nelle fasi post-disastro: è l’idea alla base di “Building Back Better”.

Il mondo allagato

Nell’ultimo editoriale del The Lancet si cita la disarmante incomprensibilità della “massa senza precedenti di inondazioni e pioggie delle ultime settimane”. Sì, perche mentre le coste americane pativano il passaggio di Harvey e poi Irma, in Asia si è avuta la più grande tempesta monsonica dell’ultimo secolo, con un bilancio di 1400 morti; in Sierra Leone le piogge fuori dall’ordinario hanno causato una frana che mietuto 499 vittime; l’India ha visto danneggiarsi 7000 delle proprie scuole a causa del tempo impazzito molti studenti non sono riusciti a completare gli esami.

Ancora, nella Cina meridionale, il tifone Hao è stato il più violento degli ultimi 50 anni. In Italia, contiamo allibiti i morti dell’alluvione di Livorno. L’elenco di disastri potrebbe farsi lungo. Oggi come nell’alluvione di Genova del 1972 cantata da Fabrizio de Andrè, l’acqua può essere fredda come un dolore. Ma esiste un modo per farvici fronte, ed è organizzarsi e garantire supporto sociale a lunga durata.

FONTI | articolo JAMA; articolo VAJONT; editoriale LANCET; articolo SALUTEINTERNAZIONALE; Oms BUILDING BACK BETTER; Dolcenera di Fabrizio de Andrè